Confini
un mezzo ettaro di terra
I confini sono come tante cicatrici in punti ancora sensibili al tocco e pronte a eruttare quando meno te l'aspetti. [Breyten Breytenbach]
Io sono un crocevia. In movimento. Incarno un incrocio di confini. Il mio corpo è una mappa di cicatrici linguistiche che si aprono e si chiudono come ferite ancora vive. Mi nutro e dormo in una nazione virtuale. Non ho mai pensato ai confini. Non li ho mai considerati, risentiti, messi in discussione. Li ho semplicemente attraversati e loro hanno attraversato me. Ho camminato e camminato e, prima ancora di saperlo, ho trovato una voce con cui parlare. Cicatrici linguistiche che ti attraversano il corpo come autostrade. Un corpo di origini che io cerco, assorbo, ricerco, ne sono ossessionata. Il sentire non è nostalgico. Non è un voler vivere nel passato. Il desiderio non è raccontare, ma vivere, attraversare, camminare, sputare in faccia alle avversità. Il desiderio è mutare ad ogni stagione in una creatura senza confini. I confini possono essere geografici, artistici, espressivi, emotivi: richiedono, come tante bocche aperte, di essere nutriti. Esigono attenzione. Al tempo stesso i confini danno i limiti, i contorni, le forme. Abbiamo tutti bisogno di confini per definire chi siamo. Siamo tutti un po' stranieri a noi stessi, viviamo tutti in un flusso continuo fatto di dentro e fuori. Proviamo tutti a scavare, graffiare, scrostare la vernice che ci copre in superficie ma finiamo per trovarci sotto un altro strato, altrettanto spesso, pronto a essere intaccato.
Siamo tutti refrattari a un'unica definizione. Ma ancora di più quando si è donna, straniera, emigrante. Cerco e ricerco le mie radici che si continuano a confondere con le erbacce e con i fiori e le cicche di sigaretta mentre io rigurgito vecchi proverbi e frasi di circostanza e setaccio fra cliché e cartoline di Firenze e figurine magnetiche da tutto il mondo che si aggrappano caparbie alla porta del frigorifero. I confini sono come lame: ci cammini sopra, di fianco, come se fossero l'unica guida, l'unico segno o direzione. Può darsi che ti facciano sanguinare i piedi, ma tu devi rimanere sui binari. Attraversi, cerchi, ti abbassi, scandagli, rubacchi, rovisti nei bidoni della spazzatura mentre passi da metamorfosi a metamorfosi. Io entro ed esco da molte porte, percorro molte strade. Nel mio lavoro attraverso confini artistici e linguistici: la scrittura può comporre un discorso creativo o teorico o accademico; nella scrittura performativa i confini si accavallano come un raccordo anulare tra teatro, corpo, immagine, film e arti visive. Quando si lavora con attori poi, si affrontano continuamente dei confini. Scrivere un pezzo che sarà interpretato da un'altra voce è attraversare confini: dove finisce la mia creatività e dove comincia la sua? Il semplice atto di mettere un costume addosso a un performer è come dare una nuova pelle a un nuovo essere umano e non vestire un manichino senza vita. Io posso avere la mia visione delle cose ma poi chi gli dà vita, a questo vestito, è lui o lei. Ci vuole tempo prima che vadano via tutte le pieghe e il vestito cada a perfezione. Guidare un gruppo di artisti e farli partecipi della visione globale è chiedere loro di attraversare dei confini che possono essere taglienti e far sanguinare i piedi.
Il mio lavoro inizia sempre da un luogo. Ci sono delle parole chiave che informano il mio lavoro. Tutte hanno a che fare, direttamente o indirettamente, con l'idea di luogo: esilio, esiliata / lingua / trasformare, tradurre, traduzione / identità / vocabolario di lavoro e gergo di lavoro / culture incrociate / due volte straniera / straniera a me stessa / ibrido, ibridità.
Il mio viaggio inizia a Belfast in un insieme di casualità e disegno. Dopo il primo eccitamento e sbandamento (era la Belfast dei primi anni Ottanta), mi resi conto che il problema non era solamente una questione di lingua straniera. Una lingua non è solo un insieme di parole appunto straniere. Il processo di penetrare una lingua, nelle sue pieghe più recondite, significa togliersi di dosso una serie di corazze e armature e rimanere lì mezzi nudi a coprirsi le vergogne. È come togliersi una pelle e lentamente ricostruirsene un'altra. La mia personalità era cambiata completamente. Non riuscivo a capire niente: l'umorismo, le battute, le sfumature, le sottigliezze, l'ironia, le referenze a musica o film o programmi TV persi nella notte dei tempi. E quando mi capitava di riuscire a balbettare qualche cosa nel mezzo di una conversazione, il mio parlare rifletteva l'inflessione impostata e falsa dell'inglese della BBC imparato in infinite ora nei laboratori di lingua dell'università statale di Milano. Questa lingua, sebbene utilizzasse lo stesso idioma, non aveva nessuna somiglianza con la lingua in cui io mi trovavo immersa. Era desolante soprattutto non riuscire a ridere o far ridere. La smorfia sulla mia faccia era diventata per mesi quella di un traduttore simultaneo in overdose. Quando alla sera il cerchio di amici si ritrovava al pub e dava il lascio a storie, battute e spiritosaggini, il mio cervello era così stanco di tradurre a raffica che mi dovevo ritirare dietro a una maschera di muta stupidità fatta da un sorriso fotocopiato e appiccicato sulla faccia. Se qualcuno mi si avvicinava un po' di più vedeva la colla, le pieghe e le crepe del mio volto di carta.
Chi ero io là? A Belfast nel 1981?
Una doppia straniera. Prima di tutto perché, in effetti, straniera. Un'aliena appartenente ad un'latra cultura con colore di occhi e di capelli diversi e con abitudini mangerecce strane per loro. Secondo, perché la lingua che parlavo era una lingua virtuale che portava il marchio del colonialista inglese. Tutto quello che avevo per farmi sentire era la mia lingua madre (inutile in quel contesto), e una lingua acquisita che riusciva a soddisfare i miei bisogni quotidiani ma non arrivava al cuore della gente. L'identità dell'esiliato è a macchie. Per alcuni sei carino, buffo, come un animale esotico o domestico che si mostra agli amici e ai bambini degli amici così come mostreresti loro una foto di un eschimese da un atlante. Per altri, sei un inflitrato. Uno che, solo ad aprire bocca, fa apparire immagini di pesce e patatine, di pizza, gelati, Opera e di gite interminabili alla torre di Pisa che pende. Cultura globale subliminale. Io, primaditutto donna e straniera. Poi, nei diciassette anni vissuti tra Galles, Italia e il resto del mondo, si consolidano altre identità: l'attrice, l'artista. La scrittrice, la ricercatrice, l'insegnante, la regista, la creatrice di performer e di performance. Tutti questi percosi attraversano prima o poi un'idea di luogo e spazio come impulsi creativi. Luogo come seduzione, come forza, energia, élan: un mezzo ettaro di terra che posso chiamare mio. Questo spazio creativo me lo sono ricavato, usando gli artigli, da parecchi strati di pelle. Questo spazio è la mia arte, i miei scritti, la mia voce, il mio corpo, il mio metodo di lavoro, creato in tutti questi anni insieme ad artisti da tutto il mondo. Questo spazio è la mia vita. Da questo spazio è nata la convinzione che esista un linguaggio, nella performance e nell'arte in genere, che unisce senza cancellare le cicatrici di identità e confini. Questa convinzione è diventata la convinzione di Elan, la European Live Arts Network: non un prodotto da esportare, ma un metodo e una filosofia di lavoro. Elan ha identificato la richiesta di - e l'interesse in - progetti interdisciplinari e di collaborazione fra diversi linguaggi artistici.
Il performance-montage, creato per la prima volta nel 1989, si è sviluppato anche per offrire opportunità di dialogo e ispirazione reciproca attraversando i confini creativi delle diverse discipline artistiche. Il performance-montage ha dimostrato di essere un formidabile veicolo per realizzare, anche solo temporaneamente, mondi senza confini. Comunità che si creano nell'atto stesso del creare. Insegnare e imparare ai confini dell'architettura, dell'arte, del cinema, della comunicazione, della danza, del design, del dramma, della musica, del teatro e della performance. Qualsiasi tipo di creazione ha a che fare con l'identità, con la roba di cui siamo fatti. Qualsiasi tipo di creazione è un ibrido, e ibridità comporta fusione. Non riesco a immaginarmi di creare, senza fondere luogo, memoria, corpo e parola. In questo spazio i confini si con-fondono mentre io butto giù le fondamenta di una dimora temporanea. Per alcuni, casa è il luogo dove si ha una storia. Per me, casa è il luogo dove incontro una storia e lì comincio a raccontarla.
La prima versione di questo saggio è stata presentata al convegno Borders, Gregynog, Galles, UK, 2003. Il saggio è stato poi rielaborato per una presentazione pubblica alla biblioteca della Butler University, Indianapolis, USA, 2004.