Bianco

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XIII Scuola Internazionale di Performance

Non c'è più niente da mangiare, non c'è acqua, non c'è governo, non ci sono gerarchie, non ci sono obblighi, non c'è un ordine delle cose. Questa non è anarchia: è cecità. Bianco è un'esplorazione della paura: del contagio, della morte, della paura di fallire, della paura di amare, la paura di non farcela, la paura del vento, del buio e della solitudine in un gioco di luoghi e di memoria.

La paura rende ciechi. E allora, "Che cosa guardi quando non vedi?". Bianco si inerpica in un percorso a immagini tra coscienza e conoscenza: un viaggio che corre parallelo tra la coscienza del bene e del male e la capacità di riconoscere ció che è reale e ció che è invece immaginario.

Un uomo qualunque diventa cieco a un semaforo mentre sta guidando la macchina. Non vedo, dice, È come se stessi in mezzo a una nebbia, come se fossi caduto in un mare di latte, mi è entrato negli occhi un mare di latte. L'uomo che lo accompagna a casa diventa cieco dopo avergli rubato l'automobile. L'oculista che cerca di diagnosticare questa inspiegabile cecità diventa cieco prima ancora di avere letto i libri. I pazienti che si trovano dall'oculista al momento della visita diventano ciechi poche ore dopo aver lasciato l'ambulatorio. La cecità bianca è contagiosa e si sta spargendo a macchia d'olio nella città senza nome. Per contenere l'epidemia le autorità rastrellano i primi ciechi e li stipano come animali in un ospedale psichiatrico ormai chiuso. Nella città-labirinto di muri bianchi, di vicoli e cunicoli, si sentono suoni e vibrazioni, scrosci d'acqua e sassi, squilibri e scogli, urla gigantesche e sussurri appena percepiti. Ci sono alti e bassi con una rampa interna che sembra collegare purgatorio e inferno. Nessuno ha un nome. L'identità dell'individuo è ridotta al vestito che indossano e alcuni perderanno anche questo. La cecità bianca sembra aver cancellato la memoria, la decenza, la dignità, il rispetto per gli altri, la generosità, la speranza: la cecità sembra aver trasformato l'uomo e la donna in animali.

E se questo manicomio, questo edificio-labirinto-scuola-casa-città-caverna fosse un luogo vero o immaginario dove ci hanno mandato per guardare in faccia tutte le nostre paure? Dove andiamo a scavarci dentro per incontrare le nostre brutture e insicurezze, i nostri segreti e luoghi più reconditi della coscienza, i nostri rimorsi o rimpianti, il dolore e tutte le cose che non vogliamo sapere di noi stessi e scivolare giù, sempre più giù fino alla fine della rampa per poi uscirne vivi e nuovi sotto una pioggia fitta che lava via le lacrime, il sudore e il sangue?

Un'unica donna vede. Attraverso di lei vediamo la nostra cecità. Questa fanciulla-donna-angelo preserva per noi la memoria e la speranza. Misura per noi la capacità umana di subire ed infliggere brutture, di opprimere e di essere oppressi, di toccare il fondo del degrado e rotolare giù come lupi ciechi ed affamati. Attraverso questa figura senza nome e senza tempo che ci guarda vigile dalla porta della torre senza mai giudicare le nostre ingiustizie e cattiverie, ci guardiamo dentro anche noi, spettatori e compagni di viaggio. Alla fine del viaggio lei ritornerà lassù, alla porta della torre, per aspettare calma e silenziosa un nuovo gruppo di persone.