Auschwitz II
27 gennaio - 2 febbraio 2010
"Il lavoro rende liberi" : è la scritta che accoglieva i deportati all'ingresso di Auschwitz. Il lager è qui, oggi, il passato bussa alla porta e abbiamo il dovere di ascoltarlo, di essere testimoni. Si varca la soglia del campo di concentramento e già non si è più uomini, non si ha più un'identità, al suo posto un numero.
Viene il momento della spogliazione e della rasatura, la dignità viene strappata via, si indossano le uniformi e si diventa oggetto fra gli oggetti; ci si aggira in un mondo fuori dal tempo fatto di pile di capelli, vestiti, scarpe, montagne di oggetti che prima appartenevano a qualcuno; ogni cosa è ammassata, ogni resto ha un posto, un utilizzo, perché dell'animale non si butta via niente.
Si avanza al ritmo della marcia, si ha l'immagine del lavoro forzato, massacrante, al freddo per ore, senza fine, corpi stremati in una neve che rende facile il morire, piegati da torture sotto le quali è facile cedere. Il male è una mente lucida e minuziosa, niente è lasciato al caso. E' "La Macchina", un meccanismo dal rigore matematico, sempre in movimento, con mille occhi, che è ovunque, che calcola tutto: un ingranaggio perfetto con i ritmi di una fabbrica, perché l'Olocausto è applicazione quotidiana di gesti semplici e monotoni.
A fare da guida, in questo percorso di terrificante disumanizzazione, la voce. C'è quella distaccata della guida, perché in primo luogo è necessario capire e conoscere con la mente. C'è quella flebile e spezzata di uomini e donne che hanno vissuto l'orrore, perché in secondo luogo bisogna capire con i sensi. E c'è, infine, la voce corale, imponente, di milioni di vittime che rivendicano il ricordo, perché davanti allo sterminio la nostra mente deve rimanere vigile e presente, per far sì che non succeda più.