Woyzeck 2, Fucecchio.

Sorry we haven't translated this yet

Giorno I

Il primo giorno è quello degli sguardi. Quelli che cerchi, quelli che incroci e quelli che eviti.
Non avevo fatto mente locale. Questa volta sono un performer anch'io. Mi metto in gioco su un campo che non è mio.
Lo strumento di Tilo è un astronave che manda impulsi sonori a terra. Le sue mani sono quelle di un telegrafista. È incredibile che non sia tutto elettronico.

Se stacco gli occhi da Tilo che suona è solo per guardare quelli allibiti degli altri. E godo ancora di più. Io e Teivi abbiamo una sequenza. Tutti ballano meglio di noi, ma abbiamo una sequenza e lei ha una faccia simpatica. Sono in difficoltà. Avevo riportato da Indianapolis un'immagine del Woyzeck già rivestita di un gruppo, uno spazio e un tempo. Ci metterò un po' a spogliarlo. Questo caldo appiccicoso non mi fa per niente Woyzeck. C'è così tanta luce, qua.

Lisa ha una fronte altissima e due occhi nero pece.

Sono entrato nei giardini Bombicci con un bicchiere di granita alla menta. Prima che Firenza cominci a parlare voglio guardarli per l'ultima volta. Da fucecchiese.

Firenza ha cominciato a vestire lo spazio, intanto di parole. David strozza John nel cespuglio dove io, bambino, cercavo il pallone. Il gradino su cui Gilberto si ruppe un dente diventerà il bordo di una piscina. E probabilmente lo rimarrà per sempre.


Giorno II

Tilo tiene nel suo scatolone delle torture medievali. O forse solo i loro echi.

Le suore Romualdine erano povere e vestivano di bianco. I giardini Bombicci erano la loro fattoria.

Due campanacci, senza batacchio interno. Uno grande verticale, l'altro piccolo obliquo. Li lega una specie di antenna, solcata da incisioni nel metallo. È una testa di cavallo con un pennacchio, o un monaco incappucciato. Già, che scemo, è una suora.

Gilberto ha una giacca un po' militare. Due file di bottoni e un colore chiaro. Quando la musica sfuma lui e Lisa si offrono a noi, tenendosi per mano. La campana della Collegiata batte le sei e un bambino in giardino chiama la zia. Ad Indianapolis no.

Guardo Rossella e mi sciolgo i capelli. Sono così sudici che non si muovono di un millimetro.
Chiara ci attraversa la stanza davanti. Meno male la conosco. Mi farebbe paura. È scalza come tutti, ma di lei si nota.

Spero di non vedermi mai camminare ancheggiando. Agli altri è toccata questa sventura. Nel lungo esodo non sono solo. Lo so, ma non lo direi. Sento solo presenze dietro, non rumori. La prua del mio wind surf, anni fa, doveva sentirsi così, sul mare calmo.

Se stasera non stessi scrivendo, oggi sarei stato molto più agitato.

Giorno III

Mi sveglio sdraiato di fianco e non sento il braccio sinistro. Dov'è il braccio sinistro?

Forse ne ho due. Quello in testa lo muovo, l'altro resta fermo. Sono in un video di David.
Cosa faccio con il braccio che non controllo? Scrivo, suono, tasto. Oppure uccido?
Fra la spalla e il polso ci deve essere un punto dove si perde la mia volontà. Perché io ricordo ancora uno ed un solo braccio sinistro. Ed ho voglia di muoverlo.

La volontà assassina potrebbe essere una scarica elettrica all'altezza del gomito.

A chi rubava tagliavano la mano. Perché, a chi uccideva, la testa?

Il mio braccio è cadaverico, forse assassino. Ma potrebbe anche dipingere da solo.
La pazzia potrebbe non essere solo uno stato mentale, avere vasi propri e centri in tutto il corpo.
Creare è certamentre così.

Il Woyzeck letterario non è mai stato condannato a morte. Dopo Marie, ha ucciso anche Büchner per salvarsi la pelle.
Büchner è morto a 23 anni mentre scriveva il Woyzeck. Non so come è morto e non lo voglio sapere. Io a ottobre ne faccio 22.

Con questo caldo si suda tanto. Non ci si scorda di avere un corpo con processi involontari.
Franz è un volpone, si è salvato anche ad Indianapolis. Firenza, impiccalo a Fucecchio.

Stiamo preparando un Woyzeck tropicale. Siamo usciti dalle catacombe per uscire dalla mente. Qua si esplora la pazzia del corpo.
Forse il mio braccio è putrefatto. E la nostra pazzia un delirio nel deserto.

Un assassino conserva la memoria del crimine, soprattutto nel braccio.


Più avanti, nel tempo.

Johnatan è nato nel 1978 da babbo soldato inglese e mamma gallese, in una Berlino ancora occupata. Kai viene dal midwest americano e Tilo dalla foresta nera. Sono belli mentre avanzano, insieme a Emiliano e Max, suonando i loro tamburi militareschi. Stanno vicini vicini e picchiano le bacchette insieme. Sono soldati, camerati. Ieri sera bevevamo tutti insieme.

Quando mia nonna, un mesetto fa, vide il primo piano di un calciatore tedesco in televisione mi disse con voce neutra: "Ci sta che il suo nonno fosse in Italia ad ammazzare la gente". Non c'era odio nella voce, casomai ancora una paura sorda. Il terrore che i tacchi di ferro mettevano quando si avvicinavano alla porta di casa e che sessant'anni di pace non hanno cancellato.

Gli alleati bombardavano da sud. Quaranta giorni di morte e distruzione prima di mettere un piede a Fucecchio. Ma a quel punto i tedeschi, ritirandosi, avevano già sterminato in due giorni centoquaranta persone. Il nonno e lo zio di Firenza erano fra questi. I miei nonni erano nella prima casa fuori dal cerchio della morte, tracciato sulle mappe militari.

Siamo cresciuti maturando il rispetto, perché siamo gente civile. Avrei potuto, davanti a mia nonna, difendere qualsiasi persona del mondo che fosse accusata della semplice appartenenza ad un popolo. Ma quella non era un'accusa. Era una constatazione. Quando io penso alla Germania vedo Hegel, Kant, la Mercedes, il mio amico Tilo, i centrocampisti della grande Inter. Ora anche Woyzeck. Perché sono loro i miei compagni di gioventù. Per i miei nonni no. Loro si sono umiliati e rimpiattati come topi, di fronte a quei fucili stranieri.

Eppure non siamo così lontani. Sono cresciuto sulle loro ginocchia, conosco i loro detti e, soprattutto, porto i loro geni. Ho solo un'altra concezione degli altri popoli, una concezione quasi non correlata alla loro. Di fronte ad una constatazione così semplice, però, rimango colto di sorpresa. È come se non avessi mai pensato che anche i tedeschi di ora sono nati e cresciuti con i loro nonni, come me con i miei. Una forma di stato cambia in pochi anni. L'albero genealogico non cambia mai. Realizzare questo fatto nella mente non è facile, o almeno non lo è stato per me.

È per questo che ora, nella palestra, sto pensando ad un miracolo. Siamo tutti a Fucecchio, a lavorare insieme. Ho proprio la sensazione che ci siamo alzati dalle ginocchia dei nostri nonni per andare a ritrovarci dove loro avevano fatto la guerra, che stiamo facendo la storia d'Europa quanto e più di loro. E la storia d'Europa non è un bel paradiso in cui addentrarsi con la mente.

Ci sono guerre, carestie, migrazioni, stermini.

Nel mio albero genealogico, tutto toscano negli ultimi mille anni, ci sono una quarantina di generazioni, tre o quattromila persone. Una di queste ha il cognome della nonna castelfranchese di Nathalie, che ha mamma francese, vive a Como ed ha conosciuto Firenza per caso.

David è uno zingaro cresciuto in Inghilterra, Rhian è gallese verace, i nonni di Teifi sono ebrei fuggiti da Lipsia. Ognuno di noi cinquanta membri del gruppo avrà, solo nell'ultimo millennio, almeno tremila antenati, passati attraverso le pagine più misere della storia. La possibilità che io e Nathalie fossimo parenti non era maggiore di quella che uno dei nostri avi abbia ucciso, saccheggiato, affamato un altro dei nostri avi. Quale sequenza stranissima di eventi, capitati casualmente su miliardi di possibilità, hanno portato queste cinquanta persone in questa palestra? Quando si parla di un mondo devastato e passato, come quello di Woyzeck, quante storie di miseria vissute nel tempo dalle nostre famiglie portiamo dentro i geni? È da lì che vengono quei brividi alti un centimetro? Il signore Bombicci trattava i servi come il Capitano trattava Woyzeck, o peggio ancora. I miei bisnonni erano servi, mezzadri da generazioni.

Si moriva di fame, di poliomelite, a volte non si nasceva neanche. Se penso che nel mondo siamo sei miliardi raccapriccio. Prima erano molti meno.
I libri di storia demografica dicono che con meno sviluppo economico e sociale adesso saremmo ancora molti meno, diciamo il venti per cento in meno. Mette i brividi cercare fra queste cinquanta facce le dieci che non esisterebbero. E perché esistono? Questo progresso economico e sociale da chi dipende? Qual è la decisione giusta che ha fatto sì che dieci di noi siano qui anziché non esserci? E quale la decisione sbagliata che ha impedito ad altri dieci ragazzi di esistere?

Portiamo un carico di dolore dimenticato dentro di noi e un senso di colpa per la sfacciata fortuna di esserci, a scapito di chi non c'è. Essere qui a fare Woyzeck 2 è un miracolo.

Ed io canto e salto perché lo so e sono felice. È il senso dello scampato pericolo, lo stesso che mi viene sempre di fronte alla tragedia. Ho provato lo stesso di fronte ai forni di Mauthausen, a un incidente mortale sulla Francesca bis, alle cronache radio dell'11 settembre. Ogni volta mi sento come i soldati che marciano, nel finale di Full Metal Jacket. Nella versione italiana cantano "viva topolin". "Ho visto l'inferno –significa- e so quanto è brutto. Ma ne sono uscito e ora so anche quanto vale essere vivo".

Noi il nostro inferno non lo vediamo, ma ce lo portiamo dentro. Mentre rotolo sul tavolone delle nozze, pieno di acqua grigiastra e melmosa, mi preoccupo dei pantaloni che mi sto rovinando e dei segni che le sponde di legno mi lasciano sulle spalle. Sento gli insulti e gli sghignazzi. "Hai mangiato i piselli Woyzeck? Ti ho visto pisciare sul muro come un cane". Ma io ho il problema di capire qual è il modo piu' agile di scendere dal tavolo e questo mi occuppa la testa. Che qualcos'altro, di più profondo, si muove dentro, lo sento. Ma ora non è il momento di chiedere a se stessi. È il momento di fare meglio possibile. Il tempo di riflettere su questo magone che mi spinge, verrà.


Quando Cristoforo Colombo arrivò dal mare in questo golfo, sulla costa nord dell'isola di Hispaniola, aveva appena piovuto. Proprio l'umidità aveva fatto voltare le foglie degli alberi che ricoprivano la montagna di fronte al mare. E la faccia inferiore che mostravano aveva il colore dell'argento, della plata. L'ammiraglio non trovò niente di piu facile che chiamare Puerto Plata questo angolo di nuovo mondo.

Anche stasera ha appena smesso di piovere. Le foglie non si vedono perché è buio, ma adesso fra la montagna e il mare vivono circa 250.000 persone. Qualche altro migliaio ci sta in vacanza e almeno uno è ad un computer a scrivere. Il momento per capire cosa è stato il Woyzeck 2 di Fucecchio è arrivato proprio qui e ora, a otto giorni e diecimila chilometri di distanza. È la magia del World Wide Woyzeck.

Ho scritto: "Siamo usciti dalle catacombe per uscire dalla mente. Qua si esplora la pazzia del corpo". Questa è la frase chiave per capire il Woyzeck 2. Ho passato i primi giorni di laboratorio nell'angoscia di chi cerca di osservare quello che fa mentre lo fa. Avevo il compito di documentare come ad Indianapolis, ma questa volta da dentro, da performer. Dopo penosi trentativi ho capito che per documentare un pezzo di vita è indispensabile avere la vita. E per vivere un'esperienza come quella di un laboratorio di Firenza bisogna spengere il cervello, lasciare a casa tutto quello che si sa e farsi trasportare dal magone che si forma dentro, sotto lo sterno e le costole. E l'ho fatto.

Mentre rotolavo sentivo solo una febbre indistinta trasmettermi il moto. Quell'acqua disgustosa, quel legno duro e quegli insulti sguaiati erano tante componenti di un unica forza. Se la rabbia entrasse dentro a Jacopo o a Woyzeck, al performer o allo scrittore, al figlio, al fratello, all'assassino potenziale o al discendente di servi non lo so, né alla fine è rilevante. So solo che la rabbia c'era. E io non chiedevo. Rotolavo soltanto.

Allora non si poteva chiedere. Il Woyzeck 2 era il regno dell'azione.

Il fatto di non avere idea di cosa stesse succedendo dentro di me durante quei quindici giorni, fa parte della natura delle cose, del laboratorio. Ma forse c'è dell'altro. Il Woyzeck 2 è un Woyzeck che si rinchiude molto meno in se stesso per riflettere. Non è una catacomba buia, non è un meandro della psicologia di un assassino potenziale. È il braccio fermo di un assassino vero.

Ad Indianapois abbiamo visto una specie di stream of consciousness, un Woyzeck che si automonitora e parla con se stesso. Non si chiama mai per nome, non muore mai, non uccide mai. Nelle catacombe abbiamo visto la storia dall'interno di Woyzeck. Qua il punto di vista è esterno, oggettivo. Non c'è posto per gli indugi. Quello che si manifesta è solo il fatto nudo e crudo. Il nostro punto di vista è quello della gente. Woyzeck sta davanti al tribunale virtuale della letteratura e, allo stesso tempo, a quello reale del paese, delle terrazze che danno sui giardini Bombicci, delle donnine che passano durante le prove. Anche noi performer abbiamo maturato un odio per Woyzeck. Io stesso ne ho invocato l'impiccagione. L'accorata autodifesa finale è come l'ultimo colpo di coda dell'impuatato messo alle strette.

Woyzeck ha pisciato sul muro, mangia i pisellini, è stupido, non ha morale. Ai Bombicci va in scena una gogna di cinquanta minuti. È tutto messo in piazza, alla luce del sole. Quello che nella mente era sfumato e confuso, che andava cercato dietro le colonne del mercato vecchio, qui si fa pagina di cronaca. Franz Woyzeck viene tradito, Franz Woyzeck uccide Marie, Franz Woyzeck muore impiccato. Anzi, è gia morto impiccato fin dall'inizio. Gilberto dentro una scatola di vetro è la prima immagine dello spettacolo. È come se fosse già virtualmente morto, perché tanto la gente vuole questo. E il suo fantasma non fa altro che condurre il pubblico attraverso queste pagine di cronaca già segnata. E poi è solo azione. Un'azione che prescinde dalla volontà, o che almeno la precede. Il W2 non è un'indagine sulla pazzia, ma sui suoi derivati. La riflessione è incidentale alla cronaca, non interessa la gente. E infatti sta impacchettata nei box di vetro, sotto vuoto. È come una parentesi ininfluente. Il W2 non parte dalle memorie dei performer e dalle associazioni di idee. Impone un'idea dominante, costringe Woyzeck a una fuga senza tregua. Lo fa rotolare in terra, appollaiare sugli alberi, arrampicarsi sui tetti.

Ma il performer allora dove si colloca? Non ha responsabilità? Si sente al sicuro? Forse, ma certo non lo è.

Non mettere in gioco le proprie memorie passate o le proprie volontà può essere rassicurante. Fare uno spettacolo in cui prima si agisce e poi si pensa vuol dire sentirsi le mani pulite.

Ma, mi rendo conto ora, vuol dire anche sporcarsele ben presto. Il W2 è stato poco contaminato, ma incredibilmente contaminante. Il W2 , per noi, è stata una lunga e folle serie di azioni istintive, come le pugnalate sulla schiena di Marie. Adesso ci stiamo tutti ritrovando attorno al coltello insanguinato, chiedendoci che cosa abbiamo fatto.

Ora è il momento di riflettere sulle ceneri, unico resto di una lunga apnea. La figura del caprio espiatorio ci aveva abbagliati. Ma ora le domande ci perseguitano, mentre immagini e suoni ci tornano in testa. Vedo un dominicano molleggiante trarre ritmi di merengue da una forchetta e una grattugia e sento ancora "Alleluia", la voce di David che fa vibrare l'umile aria di Fucecchio per un raggio di chilometri. Jeff Buckley quella intensità deve essere riuscito a sognarla al massimo un paio di volte. Dalle palme pendono cocchi freschi mai visti sul vecchio continente e ci sarebbe da impazzire a mangiarseli tutti. Ma io vedo ancora la compostezza dolce e impalpabile di quelle lampadine che scendevano fra le foglie del tiglio. La luce rossa intensa faceva di quella chioma un cuore innamorato.

Questa atmosfera basta a proporre davvero tutte le domande mie e degli altri.

Da dove veniva la passione che sentivo durante la scena del tradimento di Marie? Era per la Marie che vuole tradire, per la Marie che non vuole tradire, per il tradimento in sé? O era per Teifi, per la Teifi fidanzata, per la Teifi civettuola, per la Teifi come semplice rivestimento di un ruolo che in un gruppo cerco sempre? Oppure, perché no, poteva essere anche per il pezzo di Bibbia che Francesca leggeva, per l'adultera, per Gesù, per Francesca stessa, per le susine che Teifi mi offriva dalle sue labbra. O per le labbra. E ancora, la mia passione preesisteva alla sequenza? E Firenza lo sa? Quanto altro sa di me Firenza, che io non so? Quando me lo dirà? Di solito ci racconta che quello che lei dice e fa di noi sulla scena non ha a che fare con noi, i nostri cani e i nostri gatti. Invece ha proprio a che fare con noi. O se non ce l'ha ancora, di sicuro l'avrà.

La sequenza di Gilberto e Lisa era dentro il box di vetro. Non poteva venire che da loro una lotta così intensa ma dolce allo stesso tempo. Era un'azione più sognata che compiuta, senza nessun peso né suono, sospesa nello spazio ovattato del potenziale. Lei era uno scoiattolo morbido che si dimena, lui un gatto che lotta senza usare gli artigli.

Chi di noi ha passato qualche notte all'ostello sa che quella scena aveva più a che fare con loro che con i loro personaggi. Quando è nata forse non era così, non voleva esserlo. Forse. Ma questo è stato un Woyzeck contaminante. Abbiamo agito. E ci siamo sporcati le mani.

Autore
Jacopo Cecconi
Quando
luglio 2002