Woyzeck 1, Indianapolis.

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Introduzione

Sono atterrato ad Indianapolis domenica 19 maggio, a cinque giorni dal primo spettacolo di Firenza Guidi nelle catacombe del mercato vecchio. Sette membri del gruppo Elan, tutti europei, tutti amici, erano venuti lì per creare una performance, una versione del Woyzeck di Büchner che chiunque già conoscesse la regista poteva intanto immaginare del tutto innovativo, sebbene non sapesse ancora in che termini. Il compito mio e del mio pluriperquisito laptop, era di documentare, solo questo. In pratica si trattava di seguire il processo di costruzione dello spettacolo che si stava già preparando da una settimana, di notare le cose, di osservare le persone durante le prove e lo spettacolo. Poi, ogni sera, scrivere le mie impressioni.

Lo spettacolo era sitospecifico, cioè creato appositamente per il luogo in cui si svolgeva, con un gruppo di persone che Firenza Guidi vedeva per la prima volta, un po' studenti della Butler University agli ordini del dottor John Green, un po' attori professionisti in cerca di nuove esperienze. Perciò, i processi di formazione dei performers e di montaggio dello show sono stati un percorso tortuoso e costellato di idee, di momenti di certezza e di dubbi, cioè le parti più importanti del lavoro che Firenza ed Elan erano venuti a fare lì. Perché non è solo il mostrare che interessa loro, ma anche e soprattutto il formare, il tirare fuori da ognuno capacità e forze profondamente nascoste. Avevo partecipato direttamente a molti laboratori ed ero rimasto assolutamente affascinato da tutto questo, da questa tendenza inevitabile e spontanea che Firenza ha a trarre da ognuno il cento per cento. Ora ero lì da esterno, a documentare con un po' d'invidia quello che altri facevano, a ricordare quello che provavo dentro io, a chiedere quello che provavano dentro loro, a scoprire quello che prova dentro un osservatore esterno. Insomma tentavo di guardare dentro a un sacco di cose e, soprattutto, di persone. A sera, poi, scrivevo.

Appena arrivato, trovandomi all'inizio di quella che anche per me era un'avventura, mi sono posto la domanda che chiunque cominci a scrivere qualcosa dovrebbe porsi, cioè: a chi mi rivolgo? I giornali a cui questo fascicolo arriverà sono diversi, diverse le riviste e i siti web, qualcuno, mi auguro, gli amici e i curiosi. È un raggio di possibilità abbastanza ampio per poter trovare uno stile che accontenti tutti. Non potendo o non sapendo pormi questo come obiettivo e non avendo abbastanza immaginazione per provare a parlare ad una folla eterogenea, io, lì e allora, decisi che il mio lettore ideale sarei stato solo e soltanto io. La mia compagna di viaggio Nathalie, l'ascoltatrice di prima battuta. I testi dovevano insomma piacere a me, scrittore e lettore immerso per tutto il giorno in un'atmosfera magica e a lei, ascoltatrice avvolta dalla stessa atmosfera. È per questo che il lettore attento, pur non ideale, perché quello sono solo io, ritroverà negli stili e nei toni anche l'ambiente e l'emozione che li hanno prodotti e attribuirà anche le mie mancanze o esagerazioni alle suggestioni in cui ero immerso scrivendo. Spero che questo vada a portare onore a tutto quello che mi stava intorno, più che demerito a me. Questo diario è solo un tentativo di documentare uno splendido show che altrimenti sarebbe morto proprio nel suo massimo splendore, un processo che avrebbe vissuto solo nei ricordi o nella quotidianità dei partecipanti, una magica creazione.

Una creazione che, come ama dire Firenza Guidi, fino a una settimana prima non c'era, per niente. Una creazione che, però, oggi non ci sarebbe neanche più, se non fosse per questo mio tentativo di documentarla.


Giorno I, lunedì. La temperatura e lo spazio.

Quando arrivi in una compagnia teatrale ad una settimana dallo spettacolo ti capita di pensare che tutto dovrebbe già essere pronto o giù di lì, almeno tecnicamente. Ci sarà da migliorare la qualità della battuta, lo scorrere della narrazione, la cucitura dei vestiti. Ma la struttura ti aspetti di trovarla già bella e pronta. Quando arrivi in una compagnia diretta da Firenza Guidi, invece, se manca una settimana sai di essere ancora in tempo a vedere la genesi più profonda dell'opera, il montaggio della sua sintassi. Quello che trovi di già preparato, al contrario, è la temperatura, come la chiama lei, un vocabolario di gesti e sensazioni da combinare in un modo che ancora ha da emergere, almeno nel mondo fenomenico che sta fuori dalla testa di Firenza. Ed è questo infatti che ho trovato stamani nella stanza buia sotto la chiesa del campus della Butler University, in Indianapolis, dove un gruppo di una trentina di persone stava provando il Woyzeck di Buchner. O almeno così mi hanno detto.

A metà mattina entro in quello scantinato pieno di cianfrusaglie e non sono capace ancora di riconoscere un Tamburmaggiore, né un Capitano, né una Marie. Non si vedono lamette di barbiere o coltelli di assassino. "Ma che Woyzeck è?" ci sarebbe da chiedersi. C'è questo gruppo di trenta persone che avanza con una sequenza di body percussion, verso un percussionista che rulla con le mani su un bidone metallico. Non ho nemmeno bisogno di controllare sulla mia edizione BUR con testo tedesco a fronte per ricordarmi che fra le famose ventiquattro scene, ordinate come vuoi, quella proprio non c'è. È esteticamente stupenda, ma decisamente assente nel libro.

Eppure da quegli sguardi fissi e profondi che avanzano a scatti, da quei corpi inquieti che si aprono o chiudono ora lentamente ora con ira, pian piano comincia ad emergere un'atmosfera. Anzi molte atmosfere, una per ciascuno. Firenza sbraccia intorno per dire che vuole nella sequenza anche un giro di trecentosessanta gradi e una camminata in avanti ossessiva. David sottolinea che il centro dell'energia del nostro corpo va posto circa venti centimetri sopra alla testa e poi fatto scendere giù nelle viscere. Nessuno in quella stanza saprebbe spiegare come questo sia vero, ma tutti sanno sicuramente che lo è. E infatti funziona. Controintuitivo, efficace, bellissimo. Alla prova successiva vederli avanzare mette i brividi. Ecco costruite queste waste people. Basta guardare Christie che si alza da terra con un movimento pelvico ma la schiena dritta, di scatto, con sinuosità e, allo stesso tempo, rigidezza. Ecco che sembra creata la tensione dualistica fra un desiderio di essere nella società e una consapevolezza di esserne rifiutato, fra l'accettazione delle peggiori umiliazioni e l'estrema ribellione. Ecco che dal moto e dalle dinamiche esce Woyzeck. Forse non lo si riconoscerebbe da soli, ma Firenza l'ha fatto notare. Ed è ormai necessità.

Di pomeriggio la compagnia si sposta alle famigerate catacombe, che saranno sede dello show. Catacombe. Solo la parola evoca ricordi di immagini buie, di cristiani costretti a nascondersi alla furia pagana, di cunicoli, di anfratti, di scenari pre-medievali. La parola Indianapolis al contrario evoca solo pellerossa e cinquecento miglia. Insomma, niente di più vecchio di un paio di secoli.
Nella down-town, intorno alla zona del mercato, ci sono grattaceli altissimi, che specchiano strade larghissime, transitate da macchine potentissime, dentro cui i nostri occhi si fanno grandissimi per lo stupore. Eppure è forse proprio per il confronto con questa modernità che scendere sotto il supermercato per trovare i soli, sotterranei resti del vecchio mercato dell'Ottocento, dà proprio l'impressione di scendere dentro le catacombe. Pensavi di essere arrivato in un mondo dove niente si conserva. Ora scopri che qualcuno anche qui ha mantenuto un vecchio, ottuso, europeo istinto alla memoria e ha deciso di salvare dalle rovine di un incendio almeno le fondamenta di un vecchio mercato. Basta dare la prima occhiata là dentro per dire un silenzioso grazie a questo qualcuno.

Le catacombe non sarebbero altro che un grande scantinato quadrato diviso geometricamente in altri quadrati da delle lunghe volte a botte trasversali, sorrette da colonne a intervalli regolari. Ma l'impressione è subito un'altra. Le prospettive che richiamano l'occhio non sono quelle dritte e sempre uguali. Luci già disposte da Alli sul pavimento invitano ad avventurarsi nella diagonale. E poi sono le scale, i sofà, le grate, gli scalini a movimentare il tessuto geometrico, a renderlo uno spazio abitato, un percorso confortevole in cui non c'è straniamento perché non c'è mai la sensazione che ogni sguardo sia uguale ad un altro.
Firenza ci conduce in una città d'istallazioni, di persone che si arrampicano, si illuminano, fumano una sigaretta, lavorano ad una macchina che ancora lì non c'è. Ognuno nei giorni scorsi si è trovato una posizione. È un primo tentativo di dare una struttura a questa città, che però ha già la forma di una scena del Woyzeck. Sembra di vedere la folla che passa, l'imbonitore che urla, le donne affacciate che mormorano. Quando poi, per provare l'acustica, tutti gli attori sparsi si mettono a simulare dei litigi sussurrati, i bassi soffitti cominciano a portare voci di cui i larghi pilastri nascondono la fonte e viene da pensare che Woyzeck e Andres, nella boscaglia, provassero proprio la stessa sensazione che noi proviamo ora.


Giorno II, martedì. Scoprire il linguaggio.

Un pubblico medio di Firenza può commettere due errori. Il primo è quello di pensare che non esista un significato in ogni sequenza, il secondo è quello di sospettare che ogni singolo gesto ne contenga troppo in sé.

Mentre guardo le prove nella stanzina mi rendo conto della bellezza puramente estetica di ogni singola scena, anche improvvisata, come in questa prova costume. Gli abiti hanno, nel loro complesso, una vera potenza plastica. Le costruzioni dei tableau o delle barriere, provvisoriamente investite da poche luci, diventano già dei momenti di soddisfazione per l'occhio. Le musiche di Giusi al piano, di Max alle percussioni, o di David alla chitarra danno un ritmo che può anche appagare totalmente lo spettatore, fargli credere che non ci sia bisogno di nient'altro. Il paesaggio si fa dinamico, è costruito con gli abitini neri delle replicanti, il vestito bianco di una Marie sposa della morte, la camicia aperta sul petto del bel Tamburmaggiore con la bandana in testa. E in mezzo passa sempre la donna persa, macchia di rosso che vaga a movimentare la scena. La tentazione di allacciarsi le cinture, rilassarsi e godersi lo spettacolo è forte e legittima. Anzi è questo che Firenza chiede allo spettatore.

Però un montaggio di Firenza non è neanche da considerare solo come un'esplosione di fuochi d'artificio. Indubbiamente, quanto a dinamiche gli assomiglia molto, ma lei lavora con l'uomo. E l'uomo non è polvere. Se si riesce a penetrare l'umanità del performer sulla scena, a non considerarlo soltanto come una pennellata di colore che la regista ha steso sul suo quadro, ma come un soggetto attivo che opera, che continua ad enunciare egli stesso, allora si comincia a scongiurare ogni tipo di errore. Il godimento che il piano plastico suscita, si arricchisce allora di significati e profondità, diventando vera e propria estasi. Haidi racconta di sentire di assomigliare al suo personaggio Marie, sulla scena, di non sentirsi recitare, ma vivere delle sensazioni. Non si sente solo un tassello appoggiato lì, dentro quella composizione. "Ad un certo punto dell'improvvisazione –sussurra- stavo aspettando Kai e, senza che mi accorgessi di niente, David è arrivato alle mie spalle, mi ha preso e mi ha portato via. Io mi sono abbandonata. Ho sentito che qualcun altro sceglieva per me e la mia unica scelta era di lasciarlo decidere. Mi sono sentita come Marie. Ho sentito il sapore dell'opera di Büchner. Ed è stato emozionantissimo. Firenza mi ha dato l'immagine di quel personaggio e io ora le assomiglio, non la imito. Nella mia vita non sono così, ma questa che tiro fuori è una parte di me che comunque ho".

Pensando alla costruzione della performance, all'assemblaggio di tutta questa umanità diversa, di questi studenti che diventano performers, atmosfere, temperature e infine personaggi attanti, viene un senso di vertigine. Büchner l'aveva notato. La profondità dell'uomo fa questo effetto. E il processo del workshop è proprio lì che va a pescare. È per questo che il secondo errore da non commettere è quello di cercare una corrispondenza troppo severa fra ogni singolo gesto e ogni significato. Non c'è un vocabolario che alla voce "ritorno organico" fa corrispondere una spiegazione o un rimando preciso. Né alla voce "equilibrio precario" si troverà una parola corrispondente. Lyndsy considera che non si sarebbe mai sognata in vita sua di saltare in braccio a qualcun altro, ma che ora che lo ha fatto gli pare uno dei modi più belli di comunicare, di stabilire un contatto. Senza dubbio, nella sua semplicità, questa è una bella definizione di salto. Ma potremmo esaurire tutto qui? Come fa allora un salto a rendere oggi la temperatura della relazione che Woyzeck ha con Marie, quando lo scorso anno rendeva il rapporto fra Amleto e Ofelia? È chiaro che non è la stessa cosa, che non è il gesto in sé a portare un significato determinato, né un performer a portare il vestito stretto di un personaggio. Ci sono quattro o cinque Maries in questo montage, ma non ci sono controsensi. La Marie di Büchner è un attore che riveste e figurativizza molti ruoli attanziali. È allo stesso tempo una madre, un'amante, una peccatrice, una vittima, un'anima sposata con la morte. Quella di pensare all'uomo come essere unitario e coerente è una velleità che Firenza non vuole coltivare.

Allo stesso modo i singoli gesti tecnici che i performer hanno imparato nella prima settimana di lavoro non sono parole di un vocabolario. Insieme a Kristi cerco a lungo di riconoscere un singolo elemento dell'opera di Büchner in un corrispondente singolo gesto, ma dopo lungo riflettere capisco che il paragone migliore è quello con le lettere di un alfabeto. Come queste, i gesti sono figure, come queste sono cose che cominciano a dare senso solo quando vengono combinate fra loro, quando sono enunciate da un soggetto che, così facendo, crea un evento irripetibile.

Ma come fanno queste lettere a combinarsi in parole e poi in frasi significanti? Nella stanza delle prove studio da vicino il processo di creazione, proprio là dove Firenza dà le istruzioni per la costruzione di una sequenza. Quando la trovo che confabula con Kai e Kristi, mi avvicino ed ascolto. Vuole rappresentare un fugace amore di una notte che si sviluppa in un attaccamento morboso e sbilanciato, voluto da lui ma rifiutato da lei. Deve essere un crescendo di furia e dinamismo, dice. Kai e Kristi si mettono al lavoro. La sequenza comincia lievemente, i due si trovano in un abbraccio affettuoso. Un tentativo di carezza viene bloccato, ma è una carezza che diventerà presto uno schiaffo nella ripetizione in crescendo della sequenza. Una morbida caduta all'indietro e la seguente richiesta d'aiuto ad alzarsi diventano angosciosi momenti di dualità fra rifiuto e bisogno di affetto. In quelle mani tese sembra di leggere un'invocazione. È come se si sentisse urlare "I need you", ed è tutto ancora più strano pensando che Kai e Kristi stanno davvero insieme, nella loro vita. Le dinamiche si fanno poi sempre più mosse e scattose. Firenza, mentre li guarda provare, grida che vuole vedere la sequenza diventare "fast and furious" e dal crescendo finale scaturisce un vero delirio di passioni. Ecco che due ragazzi, per di più uniti davvero da un amore di forme a noi sconosciute, si espongono, come nudi, per darci l'immagine di questo amore fra personaggi, non per questo meno vero. Loro sono persone vere, con il loro abisso vertiginoso. Non sono solo polvere colorata che scoppia in aria, non sono solo belli da vedere. Sono belli anche da leggere.


Giorno III, mercoledì. La struttura e il background.

Dare una struttura significa prendere tutte le lettere e parole che si hanno e metterle insieme e formare una frase. Ma il montaggio di Firenza non è solo un accostamento di frammenti, così come in fondo non lo è il Woyzeck. Non le basta prendere i pezzi e metterli insieme, almeno non per dare alla performance quella unità coerente che si trova in ogni suo spettacolo. Ci sono diversi fattori da considerare. Primo fra tutti il luogo. La sitospecificità è una qualità strana. Il luogo non è semplicemente teatro dello spettacolo. Il luogo condiziona, è performer lui stesso. Haidi, la Marie ormai candida sposa della morte, passa attraverso i Woyzeck disperdendoli, per poi sfumare lei stessa fra le colonne, in una diagonale punteggiata di lumini. L'inizio dello show, pur nel suo mistero, comincia a svelare già quello che ci aspetta. Non è solo Marie che conduce il pubblico a ritroso in questa storia, in questi meandri asimmetrici del sottosuolo e della mente. Sono anche gli stessi tunnel che sembrano guidare gli osservatori e, in fondo, l'azione umana. Firenza non vuole usare lo spazio, ma farsi guidare da esso nella creazione, come se fosse un attore esperto e navigato a cui chiedere consiglio. È per questo che ora, la stanzina del campus in cui si svolgono le prove è stata vestita da Firenza come se fosse la catacomba. È un vestito fatto di immaginazione e di parole, ma ognuno è già nel punto corrispondente a quello della sua installazione ed ha ben presente che il mobile di ferro su cui sta seduto è, in realtà, una scaletta a pioli, che porta ad una nicchia scavata nel muro di pietra. E infatti quando noi, pubblico di due o tre persone, cominciamo a fare il giro della stanza attraverso le istallazioni, non vediamo più il pavimento che Erin inginocchiata accarezza con i capelli, ma una vasca piena d'acqua che proietta una luce mossa e ondeggiante sul soffitto. Le due sedie su cui Cat sta facendo la sua sequenza sono in realtà un bellissimo divano inclinato, illuminato di scorcio. La magia che noi sentiamo in quella stanzetta non viene da lì. Viene dal nostro sopralluogo di ieri nelle catacombe, dove Alli ha creato una delle installazioni di luci più belle di sempre. Noi sappiamo che il respiro che Jameson trae dal suo sax sulla nostra destra, proverrà da un buio spaventoso. Margaret e una Marie litigano. Molte bocche fanno loro eco nello spazio. "What a man", "like a tree", si sente sussurrare al passaggio del Tamburmaggiore. E il correre del mormorio mette i brividi anche solo in questa stanza. Ad immaginare cosa accadrà fra le grate, le colonne, le fessure delle catacombe viene voglia di nascondersi.

Ma solo a sera scenderemo downtown e proveremo a mettere queste emozioni nello spazio che le ha ispirate e che le merita.

Intanto lo spettacolo è quello che si vede qui. Anche questa stanzetta vive. Quando ognuno entra nel suo proprio film una dinamica continua e sempre variata investe lo spazio. Tutto il lavoro del laboratorio diventa allora perfettamente visibile in ogni singolo dettaglio, si manifesta nella presenza naturale e vera di ogni singolo performer. E non è tanto chi è al centro del focus a dare la sensazione della vita che scorre. Un accurato foreground è proprio di ogni spettacolo. Ma quello che Firenza vuole, raccomanda e a volte grida è anche e soprattutto che il background deve vivere continuamente. Ognuno dei ragazzi sa come si fa, ha un alfabeto e lo usa per creare in continuazione un moto che non è altrui, ma proprio, naturale. Katie, nella pausa pranzo, mi confida di essere stata fino a ieri a tentare di capire cosa succedeva. Poi qualcosa è scattato e ora tutto le sembra naturale. Dieci giorni di laboratorio gli sono esplosi dentro in una volta e tutto è diventato assolutamente bello e reale. Ed infatti assolutamente bello e reale è quello che fa. Anche mentre nessuno guarda. Rob Woyzeck sta comprando un coltello da una Cris terrificante in fondo alla stanza, in un luogo che dovrà essere una catacomba a luci rosse. Lei è una donna persa, che emergerà dalle macerie insieme ad un caravaggesco vaso di frutta. Ma Katie intanto, lontano dal focus, conduce tranquillamente la propria vita. Non ha una sequenza. Si distende sulla sua sedia, mangia pezzi di cocomero come se null'altro esistesse. Poi si alza, sputa i semi, fa un giretto un po' seccata con la sua borsetta, mangia di nuovo il cocomero in equilibrio precario e ne offre un po'a Erin. È questo il mondo che Firenza vuole creare. Un mondo di gente vera in cui ognuno vive, un mercato. Katie è come la verduraia che continua a fare il suo lavoro anche mentre io sto comprando il pesce, o come il panaio che continua ad infornare mentre io esamino un tessuto. Il mondo, soprattutto quello di un mercato, non si ferma dove arriva il mio sguardo. Continua in background.
Una signora è venuta a parlare al gruppo dei suoi ricordi del vecchio mercato, sotto cui stavano le nostre catacombe. Era un mondo di persone, di lingue diverse, di bisogno, di lavori precari, attraverso cui suo padre la conduceva. Lui era tedesco, la portava qui a comprare la carne dai suoi connazionali. È per questo che, morto lui, la signora smise di mangiare carne. Il mondo di Woyzeck è, allo stesso modo, un mondo di persone spinte dal bisogno, un mondo di umanità in lotta. Principalmente un mondo vero. Sono i performers che riporteranno alla luce in quei bui scantinati la vita che sopra di essi brulicava negli anni venti o trenta. Grandi sensazioni e piccole coincidenze li legano a quel mondo. Giusi, appena ieri, a una domanda improvvisata di Firenza rispondeva di sentirsi un'ebrea tedesca. Oggi le viene detto che questo era proprio il mercato della loro comunità. Nel suo mondo un po' napoletano e un po' livornese, a metà fra lo scaramantico e il mistico, questa è un prova schiacciante. E noi, per quanto materialisti e scettici possiamo essere, quando la vediamo scendere nelle catacombe, sedere al piano e cominciare a farsi trasportare nella sua trans, non possiamo non ringraziare questo nuovo e magico sentimento che la riempie.


Giorno IV, giovedì. Il montaggio.

Oggi è il giorno in cui il luogo e la performance si uniscono. Ognuno è stato allestito in funzione dell'altro nei giorni scorsi, ma oggi è il giorno in cui l'uno viene adagiato sull'altro, in cui le incongruenze si limano e le coincidenze si esaltano a vicenda. Il fascio bianco che investe i tasti del piano trova la sua realizzazione quando le manine di Giusi lo tagliano agili e veloci, il rosso intenso che avvolge il vaso di frutta alla Caravaggio, nella piccola catacomba piena di macerie, prende vita quando Rob Woyzeck tratta a lungo e infine compra il coltello da Cris. La loro sequenza è immersa in questa atmosfera da quartiere di Amsterdam e a sua volta, ovviamente, ne viene valorizzata, così come tutte le altre sequenze che, nello studio, erano solo una teoria.

L'entrata nella catacomba offre un primo quadro non molto chiaro. C'è una sedia da barbiere davanti. Due uomini si radono a vicenda i crani tondi, in una sequenza immersa in una luce chiara. Sono Rob e David, due Woyzeck. Dalla sinistra appare il vestitino bianco di Heidi, la Marie morta, che ci invita a seguirla nella diagonale buia. È lei che porta in braccio una luce. La sua sagoma è un'ombra che si crea intorno un alone. Quando svanisce all'orizzonte e i lati del corridoio si illuminano di piccoli lumini, noi ci avventuriamo nel fragile e scintillante tunnel creato dal genio di Alli, in questo che sembra un lungo viaggio. La chitarra di David ci accoglie dietro la colonna insieme al piano di Giusi e al canto di Crystal. Da ora in poi cominciamo ad aggirarci in un mondo vivo, in cui non si fa in tempo a vedere tutto quello che succede intorno a noi, ma che proprio per questo ci rende protagonisti e costruttori di una nostra propria sequenza. Siamo noi a decidere se guardare a destra o a sinistra, se vedere Erin che si lava i capelli o Katie con il suo cocomero, se abbassare gli occhi su Margret sdraiata nella sabbia o alzarli verso la prospettiva della volta in cui altre figure si muovono. Non è come leggere un libro. È molto più emozionante, chiede partecipazione. È come vagare in un ipertesto sinestetico dove Firenza mette al lavoro tutti i nostri sensi. Si guarda, si ascolta, si tocca, ma si sentono anche l'odore del cibo e il sapore della polvere calpestata che sale nell'aria. Le scene provate nello studiolo ora si sviluppano in tutto il loro impatto. Il secco litigio fra Margaret e Cat questa volta rimbalza davvero di bocca in bocca attraverso le volte, è come portato intorno, come se creasse un effetto di dolby surround in cui lo spettatore si sente circondato. Ma ora il senso di accerchiamento è proprio totale, fisico. Kai, il Tamburmaggiore, passa parallelo a noi e sparisce nel buio in fondo. Si vede Sian alla macchina che cuce un enorme velo rosso. In parte nascosti dalla ringhiera che le sta dietro Tiffany e Kai fanno la loro sequenza e, in fondo alla prospettiva, un'istallazione di scatole di cartone e luce esce dal buio.

Siamo nella parte più profonda del labirinto delle catacombe e, quando Pat comincia a raccontarci una sua memoria sulle mani di sua sorella, la sensazione è proprio quella di essere entrati anche nel labirinto della mente. D'ora in poi ogni scena, ogni frase detta dai personaggi, comincia a contenere frammenti di memoria propria del performer, messa per scritto in due righe qualche giorno fa e ora offerta al pubblico quasi come parte di un'opera di Büchner. È come se il viaggio nella mente di Woyzeck, quello nelle catacombe del mercato vecchio di Indianapolis e quello nella vita dei performer fossero oggi un'unica cosa. L'opera scritta, il luogo e la persona sono in fondo tre entità che qui si mischiano.
Nello spazio e nel tempo dello spettacolo stanno annidate memorie, sensazioni e concetti, come nella mente di ciascuno. Così Rob Woyzeck, dopo che ha contrattato il coltello nella stanza rossa, si apre a noi fumando e raccontando di un uomo che sanguinava in un furgone ribaltato. Il corpo della moglie di un ex soldato fu trovato in un bosco tedesco duecento anni fa, quello di un povero autista, invece, rimase su una larga strada americana, lo scorso anno. Ma nella mente di Rob questo non fa differenza, perché entrambe queste vite troncate gli hanno lasciato un segno. E lo spettacolo sembra proprio andare a scovare e collegare questi segni, procedendo, come il cervello umano, per associazioni di idee.

Intanto il percorso ci porta alla sequenza di Kai e Cristi, quella che nacque sotto i nostri occhi nello studio e che ora ci viene offerta in fondo ad un lungo corridoio illuminato di rosso. Dopo poco, in una stanzina ostruita da macerie, li andremo a scovare in un lussurioso e furtivo amore. Sono gli ultimi segreti che scopriamo prima che irrompa la musica dei Nine Inch Nails, a farci voltare indietro, verso la prospettiva delle arcate. In fondo a ogni corridoio una luce oscillante viene spinta nel suo moto pendolare, illuminandoci con una intermittenza periodica e graduale. In questa oscillazione si scatenano le replicanti, cinque ragazzine vestite di nero che saltano sui tre Woyzeck. La palla di luce li investe a tratti e a tratti li lascia nell'ombra, o nel chiarore obliquo che filtra dai corridoi adiacenti. A volte, ma solo di rado, succede che l'oscillazione verticale della luce arriva al suo massimo e staglia la sagoma del Woyzeck nel modo più chiaro proprio mentre un corpo spunta in volo da un lato. È come se i tre elementi arrivassero puntuali ad un vecchio appuntamento, nello stesso istante. Ma solo per un attimo. Lo spettatore resta impressionato, si lascia portare attraverso il tango collettivo ballato fra le volte, No Pain for Cakes dei Lounge Lizards. David e Constance si avvolgono in una sequenza mozzafiato, lei con in mano un paio di orecchini, dicendosi le battute più belle di tutta l'opera di Buchner. "I found them" si giustifica la Marie. "I never found anything, you found two at once... It's ok Marie". È l'amore tradito, ma troppo potente di Woyzeck che parla. Poi David sale su una sedia sospesa e arriva poi alle sue spalle l'enorme body percussion che avevamo visto avanzare il primo giorno nello studio. Adesso, però, le sagome che ci vengono incontro con dinamiche variate sono ritagliate nelle luci che Alli manda loro da dietro. È come un esercito che attacca al tramonto con il sole alle spalle. Si disperde solo quando David Woyzeck, sempre appeso ad una colonna, comincia a sussurrare la sua paura, a dialogare con il bosco che sta intorno a lui, ma che lui non vede. Le voci e i rumori che lo circondano tacciono o si rianimano, a volte obbedendogli a volte no. Finché lui non scappa via. Si sentono ancora memorie, voci che dicono che "Steven is a fucking ass hole". Tiffany, bellissima, seduta in mezzo ad una splendida installazione, appoggiata ad un muro su cui mazzi di fiori e foglie sembrano essere spuntati da soli, ci racconta della donna con tre dita che non sapeva voltare pagina, di come lei l'aiutò, di come fosse "just the time to turn the page". Poi, ruotando dolcemente, sparisce dentro una fessura del muro.

Dalle nostre spalle le voce dell'intero gruppo annuncia con un canto est-europeo la fine dello show.


Giorni V e VI, venerdì e sabato. Lo show.

Tre spettacoli diversi. Uno il venerdì e due il sabato. Circa centocinquanta persone sono state portate nelle catacombe e attraverso le catacombe per vedere il risultato di questo lungo processo. Io le ho accompagnate tutte, ho visto tre spettacoli e ne vedrei volentieri altri cinquanta. Dico tre spettacoli e non "tre volte lo spettacolo" perché sono stati veramente tre cose diverse. Diverse dalla prova che ho raccontato ieri e anche fra di loro, diverse per temperatura, per presenza di pubblico, per costruzione. Ogni volta che succede qualcosa tu sei in una posizione diversa dall'ultima volta che l'hai vista e ti trovi davanti ad immagini completamente nuove. È per questo che parlo di tre spettacoli diversi. Kelly conta un mucchio di sassolini in un angolo, sorridendo a chi passa e quasi costringendolo a fermarsi e a sorriderle in risposta. Proprio mentre i Woyzeck e le Marie dialogano drammaticamente, la mamma Lindsy spunta beata trai corridoi spingendo la sua carrozzina e fa allargare il cuore. Sono tutte cose che succedono in quel mondo e che, come succede in qualsiasi altro mondo, possono sfuggire, perché accadono dietro un muro o perché ci trovano impegnati in qualcos'altro. Vederle però è eccitante, vorresti guardarle da tutte le angolazioni, poiché sarebbero sempre diverse. Ma durante lo spettacolo trovi anche cose che alla prova generale non c'erano, come una sequenza al pianoforte fra Giusi e David, prima del monologo finale di Tiffany, che è forse il momento più intenso dell'intero show. Mentre lei suona lui la prende, la tiene sollevata in un rapporto sempre doloroso e instabile come se quella parte di sé che ancora vuol suonare e comunicare non fosse più completamente sua. Lei con le mani cerca i tasti. Lui a tratti glieli lascia sfiorare, ma quando comincia ad individuarsi una qualche melodia, la risolleva bruscamente, con uno strattone. È un Woyzeck allo stadio finale. Una sua parte vuole ancora un rapporto con il mondo, l'altra ha ormai deciso per la rottura, per il gesto estremo. E questo conflitto doloroso è rappresentato con questa tensione di muscoli, immersa in una luce verde, a due passi dal pubblico che circonda il piano. Si vede ogni fibra, si sente il respiro, l'odore del corpo che suda. È questo il preludio alla fine di un Woyzeck in cui nessuno uccide, in cui la parola Woyzeck neanche compare, in cui Marie non muore perché era già morta fin dall'inizio, se un inizio e una fine ci sono. Si entra nello spettacolo quando già stanno succedendo cose e se ne esce mentre cose continuano a succedere. Proprio come in un mercato.


Dello show è stato detto:

È affascinante questo non-acting, quest'improvviso intervenire di scene drammatiche e di risate. (qualcuno del pubblico)

Mi ha fatto un'impressione enorme essere guardata fissa negli occhi dai performer. Mi veniva da pensare: "Ma guarderanno così solo me?" (Giornalista)

Abbiamo scoperto che non sono solo i performer ad usare le colonne e gli anfratti per nascondersi, ma anche il pubblico ne ha bisogno. (Firenza)

Wooooow (Pubblico quando Alli ha acceso le luci del corridoio)

Durante la scena dell'esodo ero l'ultima, vedevo tutta questa gente camminare davanti a me, attraverso questi corridoi e ho provato una specie di orgoglio. Mi sembrava di averli fatti nascere tutti. (Nina)

Avrei voluto mandare l'esodo indietro con il rewind e rivederlo decine di volte. (Firenza)

La gente non sapeva se comportarsi come al teatro o come in una galleria d'arte. In realtà era come dentro un quadro di Bosch, dove le persone fanno cose stranissime. Non si costruisce una storia ma un mondo. (Firenza)

Allo spettacolo del venerdì c'era troppa gente, gli ultimi dieci del gruppo hanno perso molte scene. (Io)

Gli altri quaranta del venerdì e gli ottanta del sabato hanno visto uno spettacolo bellissimo, che non scorderanno. (Sempre io)

Quanto deve durare ancora questo spettacolo? (Una signora vestita di bianco, fra le ultime dieci di venerdì)

Anche gli ultimi dieci del gruppo di venerdì sono rimasti affascinati dalle immagini che hanno trovato, tanto che spesso restavano indietro proprio perché si soffermavano a contemplarle invece di scorrere. Comunque, sabato abbiamo limitato le presenze a quaranta per volta. (John Green)

Siamo in un mondo sotterraneo e qui il tempo è molto diverso. (Firenza a una spettatrice affascinata)

Quello che facciamo qui non è rappresentare Woyzeck. È molto di più. (John Green)

Allora adesso porterete questa cosa in Italia, Galles e India? Dovreste farla fra le rovine romane. (la signora vestita di bianco)

A volte avevo l'impressione che la gente, una volta entrata in fondo alle catacombe, fosse completamente attonita. Sembrava che chiedesse: "Come faremo a tornare?" (Rob)

Strepitoso! (Uno del pubblico)

Era bellissimo guardare dalle fessure dei muri o da dietro le colonne, non vedere mai una scena completamente ma doversela andare a cercare. (Giornalista)

Quello che abbiamo aperto al pubblico non è un prodotto ma un organismo vivente. (Firenza)

Sembrava di essere in un film di Fellini. (John Green)


Del processo di training è stato detto:

La gioia più intensa mai provata in vita mia. (Cat)

C'è qualcosa di bellissimo nel lasciare imparare te stesso. (Rob)

Ringrazio Firenza per tutto. Ha una cultura che va dalla letteratura al teatro, dalla pittura alla scultura, dalla moda alla musica. Ed è anche una ottima persona. In più mi ha dato un bellissimo costume e nessuno può capire quanto questo sia importante per me. (Kate)

Ogni persona ha qualcosa da offrire, ogni persona ha una scultura dentro. Stare in piedi davanti ad un pubblico senza fare niente è la cosa più difficile. (Firenza)

Magari durante lo spettacolo due persone si scontrano e cadono. Grandioso! Si rialzano e via. Non c'è mai niente di sbagliato, è un'improvvisazione continua. Mi sento un po' un musicista jazz. (Rob)

Non avrei mai pensato di saltare in braccio ad una persona. E ora so che è un modo bellissimo di comunicare. (Lindsy)

Quando si prova c'è sempre un senso di scoperta. (Christie)

Non mi sono mai sentita così sexy in vita mia. (Constance)

Il nostro scopo è che quando noi andiamo via qualcosa rimanga. Anzi, cominci. (Firenza)


Della vita è stato detto:

La paura -ed io ho sempre paura- è un ostacolo che ha origine nel nostro passato. Non è paura di non saper fare le cose, ma di essere giudicati o di avere dei pudori. Bisogna pensare che tutto quello che facciamo è storia. Non esiste prima ed è già passato poi. Allora la paura diventa una spinta. La spinta decisiva. (Pat Maria)

Autore
Jacopo Cecconi
Quando
maggio 2002