Il Grido della Béa

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storia di una terra: passaggio da un mondo agricolo a un mondo industriale

Già da tempo si era parlato di un evento per l'inaugrazione della Fondazione I Care. Come sempre, io parto dall'architettura, dell'edificio. Il caso ha voluto che Jacopo Vitale (studente di architettura e appartenente alla Compagnia Permanente del Frantoio) avesse fatto una tesina proprio su questa struttura.

Ho letto la sua tesina che mi ha permesso di seguire il processo di costruzione dell'edificio in tutte le sue fasi di realizzazione.
I tratti principali che sono emersi da questa ricerca sono stati il desiderio di creare una fusione tra presente, passato remoto e un passato più recente. Tra un mondo rurale-agricolo, un mondo industriale e la contemporaneità del post-moderno. Quindi mattone rosso e facciata che ricorda la Collegiata di Fucecchio; il tetto a vela tipico dei capannoni industriali e il vetro a suzione, tema di tutte le architetture contemporanee.

Per l'evento di inaugurazione sono partita proprio da questa fusione e ne ho fatto tessuto narrativo.

Attraverso immagini fisse e in movimento, La performance, lettura e installazione racconta del passaggio da una società rurale e agricola a un mondo industriale e poi post-industriale. Nella vigna siede la figura femminile rimasta avvinghiata alla terra. Una terra a volte dura, che non dà frutti e che forza alla partenza da casa, all'emigrazione. Da qui l'immagine racconta della miseria e delle centinaia di emigranti dalla Toscana e dall'Italia in genere. Partivano per l'Argentina, l'America, la Francia per trovar lavoro. Alla finestra, rimane, con l'ombrellino, la moglie o la fidanzata che forse, un giorno, lo raggiungerà, mentre la madre, dietro la vetrata, è figura scolpita in marmo nero.

Il pubblico si sposterà nell'auditorium dove entreremo nella SAFFA. La fabbrica di fiammiferi e altre cose, che per mezzo secolo ha marcato la vita di fucecchiesi e non. Nel mondo contadino l'età non pregiudicava identità e valore perché il contadino, se in salute, poteva continuare la sua attività fino a 90 anni! Mentre l'operaio, una volta licenziato o messo in cassa integrazione perdeva, con il lavoro, la propria identità di lavoratore. Nel 1979, la Saffa chiude e con la sua serrata si chiude un mondo che non sarà più possibile ricostruire. Il grido della béa è ammutolito per sempre.

L'ultimo operaio rimasto chiuso nella fabbrica trasforma lo spazio in creatività. L'era post moderna ci propone tutte queste carcasse di passato, fatte da vecchie fabbriche piene di memoria e storia ma ormai inutili e cadenti. Che cos'è più giusto- buttarle giù o ricostruirle e farle rivivere, in una fusione tra passato e contemporaneità?