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	<title type="text">Saggi | ELAN Frantoio</title>
	<subtitle type="text">ELAN Frantoio, Centre for Performative Arts, is a creative centre directed by Firenza Guidi, combining a permanent school and a production company.</subtitle>
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	<updated>2020-01-18T11:28:25Z</updated>
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	<entry>
		<title>Dentro la Torre</title>
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		<published>2011-04-26T19:24:09Z</published>
		<updated>2011-04-26T19:24:09Z</updated>
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		<author>
			<name>Lisa Savini</name>
		<email>lisa.savini@gmail.com</email>
		</author>
		<summary type="html">&lt;h2&gt;su questi frammenti ho puntellato le mie rovine&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Questa è la mia storia, È quasi storia vera se il vento non mi soffiasse nella schiena e mi facesse accapponare la pelle, La storia è la mia storia e non cammina né a destra né a sinistra, La storia mia va avanti dritta come il passo silenzioso che misura il tempo, Ascolta i minuti che passano come il masticare lento di chi si addormenta a tavola, Ascolta il campanile ascolta il vento ascolta il battito di un cuore accanto al tuo, La storia è storia vera che ancora non ci credo, Ti alzi e imbocchi la via che hai davanti agli occhi ma all’inizio non sai cosa vuol dire, Non so né leggere né scrivere, La scuola è nella siepe, là dal bosco che mi strizza un occhio e mi tormenta, Mi piace più l’odore della menta e il pungolio d’ortica che il cioccolato, How do you feel about chocolate? Hai mai mangiato il cioccolato bianco? Ho un braccio intorno al collo, Nero, Con una borchia di rame che mi strozza, ho del pane nella borsa, me lo porto dietro da tre giorni, Si sta sfacendo in mille briciole, My pills, my head is turning, spinning, turning, I move slowly, muoviti piano, Mi alzo la gonna quando bisogna attraversare l’acqua, Non mi piace togliermi le scarpe, Il cammino non è pari, ha solchi e buchi grossi, Ma io lo conosco bene, l’ho studiato, Si scivola giù su un pezzo di cartone fino in fondo alla collina, Lascia la bicicletta sul ciglione e arrampicati sul fico, Come sono grandi, Ne devo aver mangiati più di cento, Non lo so dove sono le forbici, Ma tu a me mi vuoi bene mamma? Fragole e pistacchio, La panna scende piano piano sulle dita e tutto si dissolve, È così il tempo, penso, come il discendere lento della panna sulle mani perché per quanto ci sta attento, Non ce la fai mai a leccarla tutta, È così anche il tempo, Un giro di motorino nella città morta, l’afa immobilizza anche il cervello. E il caldo ti si appiccica addosso mentre giri a vuoto, Quando te ne accorgi, che non hai un dove, è già finito il tempo, Raccogli i pezzi, dicono le voci, Spazzola il lucchetto che ti tiene fermo con un sapone alla lavanda, I think I’m going to die, Forse sto morendo, Siamo alla fine, Time’s up, Scusate, Non ho avuto il tempo di salutarvi tutti, L’ultimo paio di zoccoli l’ho fatto con pezzi di ciliegio, Li ho limati bene e modellati come una strada in discesa e poi gli ho attaccato ali che fanno invidia a un cherubino, La legna è troppo pesante da portare a spalla, Ho trovato una carriola e ce la infilo insieme a cocci, sassi e pezzi di cemento, Con foglie di menta che rizzano il capo fra le pietre in terra, Ho cercato un tipo qualsiasi di lacci, corde, fili di metallo o stringhe morbide di nappa, Perfino capelli, neri lunghi e forti con l’anima d’acciaio, Attacco le corde a un pezzo di legno, E una colla a sciroppo dolce di melassa scende piano, La voglio leccare, Prendo una paletta e comincio a limare la lava dolce che gli scende, Partono schegge come razzi e i trucioli mi si accumulano ai piedi, Non posso spazzarli sotto il letto altrimenti Ferruccio se ne accorge, Allora svelta me li metto in tasca, Mi son grattata per mesi, Nemmeno il bagno caldo della mamma mia ha aiutato, A me cadono sempre, Ne ho portati almeno dieci paia- di colori diversi, Li tengo su nei loro astucci duri, non vedo quasi niente senza occhiali, La catena d’oro invece è quella della prima comunione, Che ho avuto con un libricino antico ricoperto di madreperla, È lino pesante, un rosa intenso, Ha una mantellina che si abbottona con due ciliegie rosse, Me l’aveva messo mamma quando si sbagliò di treno e siam finiti a Roma, Una maniglia di vetro, I walk into the Pumphouse, And there it is shining and glittering in steel rods, Ho un cassetto pieno di calzini spaiati, Mi piacerebbe che si appaiassero per misura, colore, e sfaccettature, Non mi piacciono le differenze, Una maniglia bianca grande come una sdraio mi sta perfettamente nel palmo della mano, morbida e vellutata come la vernice bianca, Se la guardi da vicino ha un sacco di buchini, Morbida e delicata, Maria Innocenti è nata a Pepin ma abita a Tacchi, eggs/tea/cloth/pills, aria, ho bisogno d’aria, Mi taglierei la testa, Ho le pastigline in mano, Piccole piccole e bianche, Vorrei lavarmi le budella col sapone di Marsiglia, Una bolla grande di sapone, Ferri vecchi e arrugginiti che mi pressano in testa, Hip-hop bubble, Una serie di bolle e la fitta in testa mi ritorna, Devo tagliare questa pastiglina in due parti altrimenti mi si ferma in gola come il giallo dell’uovo infilato in bocca a digiuno, Un conato, Le pilloline arrotolate in un sacrario di tovaglioli bianchi, Una cucina rispettabile, Un sorriso, E questo dolore nella spalla che mi tira giù, C’è nessuno? C’è nessuno qui che sa chi sono? Aiuto, aiuto, mamma, Una sberla in faccia dal dottore e poi un altro figlio, e un altro figlio, e un altro figlio, no, non un altro figlio, Ti faccio uscire di pancia la voglia di far figli a pugni e calci, Un bastone di legno levigato, Lo pulisco, lo lavo, lo affilo, Ci guardo dentro, lo batto come il bianco d’uovo, C’infilzo, pugnalo per farmi un cappello di ramarri, di lucertole e di biacchi, Questa è la mia unica chance, Da sola, senza paura, Se ti metti in testa una corona sei la regina dei serpenti e allora non ti toccano, L’intonaco viene via, Ne è venuto via un bel pezzo ieri notte, L’ultimo pezzo di stucco, I muri sudano, traspirano, sanguinano, È come se piangessero, Voglio smettere questo flusso, Voglio mordere il tempo, morderlo tanto da lasciargli un orologio nella pelle, Il torsolo di mela m’è rimasto in mano, Ma io ho la corona in testa come una regina e le serpi non mi possono toccare, Le lenzuola si piegano per largo non per lungo, Una dopo l’altra, si piegano sempre per largo non per lungo, Poi piega da destra, e la sinistra si sovrappone un po’, E lascia il ricamo dalla parte esterna, Tieni le mani dietro e muoviti da sinistra a destra, Bianco, pulito, croccante, Mi piace il tocco ruvido del cotone, Mi piace il bianco, Non voglio avere le mani bagnate, Non voglio toccare l’acqua, Non voglio che mi tocchi, Non voglio andare oltre, Non voglio andare oltre, Voglio stare qui, Non voglio più andar via, Sempre una mano dietro, mi raccomando, Sempre una mano dietro, E una corona in testa così i serpenti non ti toccano, Senza maschera le rughe solcano profonde come le guglie il cielo, La mia bocca sputa fiori selvatici come verdura in un campo, Casa mia è piccola ritagliata nella roccia e sabbia e i girasoli ciondolano dalla vita in su, Quelli come me hanno solo questo angolo di terra al mondo e un pezzettino di specchio rotto, Mi hanno chiusa qui in questa torre, È una torre chiusa, vizza, e vuota, È una torre senza tetto ma coi muri alti fino al cielo, È una torre senza tempo che si mangia corpi come il Minotauro, È qui in questa torre di mattone antico che ti parlo, È qui che alzo il polso ad inveire e lo riabbasso per dannare, Ma mai, mai per stare zitta, È mia, è mia la torre che gorgoglia, Quanti anni hai mia torre? E tu chi sei, lo sai chi sei? Sei mamma o babbo? Hai in corpo cenere o fantasmi? Chi c’è accanto a te? Appoggia la testa sulla spalla, china il mento stringi le ginocchia per accarezzare la vita ancora chiusa, Torre torre mia torre d’amore, M’han chiuso occhi e bocca, E m’han legato mani e piedi con lo spago, Non servo più ai tuoi figli, generatori assenti, Morti a forza di pugnali fitti fitti dentro ad un corpo ad anelli, Vecchio, È una parola a lame iridescenti, è una parola fatta a maglia all’uncinetto ai ferri, Chiamami vecchia e ne sarò più fiera, È bello guardare la tua faccia solcata da gocce di cianuro, Il tuo volto antico non è vecchio, È giovane quanto un bimbo appena nato, Chiamami sempre a quest’ora del mattino e ti rispondo.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;Dedicato a tutti coloro che hanno vissuto la devastante esperienza di prendersi cura di una persona cara malata di Alzheimer, una madre o un padre che ha perso identità e memoria e vive in un farneticare convulso di frammenti senza senso.&lt;/h3&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Presentato al convegno&lt;strong&gt; Giovani di ieri, giovani di oggi&lt;/strong&gt;, cortile della Biblioteca, Parco Corsini, Fucecchio.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</summary>
		<content type="html">&lt;h2&gt;su questi frammenti ho puntellato le mie rovine&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Questa è la mia storia, È quasi storia vera se il vento non mi soffiasse nella schiena e mi facesse accapponare la pelle, La storia è la mia storia e non cammina né a destra né a sinistra, La storia mia va avanti dritta come il passo silenzioso che misura il tempo, Ascolta i minuti che passano come il masticare lento di chi si addormenta a tavola, Ascolta il campanile ascolta il vento ascolta il battito di un cuore accanto al tuo, La storia è storia vera che ancora non ci credo, Ti alzi e imbocchi la via che hai davanti agli occhi ma all’inizio non sai cosa vuol dire, Non so né leggere né scrivere, La scuola è nella siepe, là dal bosco che mi strizza un occhio e mi tormenta, Mi piace più l’odore della menta e il pungolio d’ortica che il cioccolato, How do you feel about chocolate? Hai mai mangiato il cioccolato bianco? Ho un braccio intorno al collo, Nero, Con una borchia di rame che mi strozza, ho del pane nella borsa, me lo porto dietro da tre giorni, Si sta sfacendo in mille briciole, My pills, my head is turning, spinning, turning, I move slowly, muoviti piano, Mi alzo la gonna quando bisogna attraversare l’acqua, Non mi piace togliermi le scarpe, Il cammino non è pari, ha solchi e buchi grossi, Ma io lo conosco bene, l’ho studiato, Si scivola giù su un pezzo di cartone fino in fondo alla collina, Lascia la bicicletta sul ciglione e arrampicati sul fico, Come sono grandi, Ne devo aver mangiati più di cento, Non lo so dove sono le forbici, Ma tu a me mi vuoi bene mamma? Fragole e pistacchio, La panna scende piano piano sulle dita e tutto si dissolve, È così il tempo, penso, come il discendere lento della panna sulle mani perché per quanto ci sta attento, Non ce la fai mai a leccarla tutta, È così anche il tempo, Un giro di motorino nella città morta, l’afa immobilizza anche il cervello. E il caldo ti si appiccica addosso mentre giri a vuoto, Quando te ne accorgi, che non hai un dove, è già finito il tempo, Raccogli i pezzi, dicono le voci, Spazzola il lucchetto che ti tiene fermo con un sapone alla lavanda, I think I’m going to die, Forse sto morendo, Siamo alla fine, Time’s up, Scusate, Non ho avuto il tempo di salutarvi tutti, L’ultimo paio di zoccoli l’ho fatto con pezzi di ciliegio, Li ho limati bene e modellati come una strada in discesa e poi gli ho attaccato ali che fanno invidia a un cherubino, La legna è troppo pesante da portare a spalla, Ho trovato una carriola e ce la infilo insieme a cocci, sassi e pezzi di cemento, Con foglie di menta che rizzano il capo fra le pietre in terra, Ho cercato un tipo qualsiasi di lacci, corde, fili di metallo o stringhe morbide di nappa, Perfino capelli, neri lunghi e forti con l’anima d’acciaio, Attacco le corde a un pezzo di legno, E una colla a sciroppo dolce di melassa scende piano, La voglio leccare, Prendo una paletta e comincio a limare la lava dolce che gli scende, Partono schegge come razzi e i trucioli mi si accumulano ai piedi, Non posso spazzarli sotto il letto altrimenti Ferruccio se ne accorge, Allora svelta me li metto in tasca, Mi son grattata per mesi, Nemmeno il bagno caldo della mamma mia ha aiutato, A me cadono sempre, Ne ho portati almeno dieci paia- di colori diversi, Li tengo su nei loro astucci duri, non vedo quasi niente senza occhiali, La catena d’oro invece è quella della prima comunione, Che ho avuto con un libricino antico ricoperto di madreperla, È lino pesante, un rosa intenso, Ha una mantellina che si abbottona con due ciliegie rosse, Me l’aveva messo mamma quando si sbagliò di treno e siam finiti a Roma, Una maniglia di vetro, I walk into the Pumphouse, And there it is shining and glittering in steel rods, Ho un cassetto pieno di calzini spaiati, Mi piacerebbe che si appaiassero per misura, colore, e sfaccettature, Non mi piacciono le differenze, Una maniglia bianca grande come una sdraio mi sta perfettamente nel palmo della mano, morbida e vellutata come la vernice bianca, Se la guardi da vicino ha un sacco di buchini, Morbida e delicata, Maria Innocenti è nata a Pepin ma abita a Tacchi, eggs/tea/cloth/pills, aria, ho bisogno d’aria, Mi taglierei la testa, Ho le pastigline in mano, Piccole piccole e bianche, Vorrei lavarmi le budella col sapone di Marsiglia, Una bolla grande di sapone, Ferri vecchi e arrugginiti che mi pressano in testa, Hip-hop bubble, Una serie di bolle e la fitta in testa mi ritorna, Devo tagliare questa pastiglina in due parti altrimenti mi si ferma in gola come il giallo dell’uovo infilato in bocca a digiuno, Un conato, Le pilloline arrotolate in un sacrario di tovaglioli bianchi, Una cucina rispettabile, Un sorriso, E questo dolore nella spalla che mi tira giù, C’è nessuno? C’è nessuno qui che sa chi sono? Aiuto, aiuto, mamma, Una sberla in faccia dal dottore e poi un altro figlio, e un altro figlio, e un altro figlio, no, non un altro figlio, Ti faccio uscire di pancia la voglia di far figli a pugni e calci, Un bastone di legno levigato, Lo pulisco, lo lavo, lo affilo, Ci guardo dentro, lo batto come il bianco d’uovo, C’infilzo, pugnalo per farmi un cappello di ramarri, di lucertole e di biacchi, Questa è la mia unica chance, Da sola, senza paura, Se ti metti in testa una corona sei la regina dei serpenti e allora non ti toccano, L’intonaco viene via, Ne è venuto via un bel pezzo ieri notte, L’ultimo pezzo di stucco, I muri sudano, traspirano, sanguinano, È come se piangessero, Voglio smettere questo flusso, Voglio mordere il tempo, morderlo tanto da lasciargli un orologio nella pelle, Il torsolo di mela m’è rimasto in mano, Ma io ho la corona in testa come una regina e le serpi non mi possono toccare, Le lenzuola si piegano per largo non per lungo, Una dopo l’altra, si piegano sempre per largo non per lungo, Poi piega da destra, e la sinistra si sovrappone un po’, E lascia il ricamo dalla parte esterna, Tieni le mani dietro e muoviti da sinistra a destra, Bianco, pulito, croccante, Mi piace il tocco ruvido del cotone, Mi piace il bianco, Non voglio avere le mani bagnate, Non voglio toccare l’acqua, Non voglio che mi tocchi, Non voglio andare oltre, Non voglio andare oltre, Voglio stare qui, Non voglio più andar via, Sempre una mano dietro, mi raccomando, Sempre una mano dietro, E una corona in testa così i serpenti non ti toccano, Senza maschera le rughe solcano profonde come le guglie il cielo, La mia bocca sputa fiori selvatici come verdura in un campo, Casa mia è piccola ritagliata nella roccia e sabbia e i girasoli ciondolano dalla vita in su, Quelli come me hanno solo questo angolo di terra al mondo e un pezzettino di specchio rotto, Mi hanno chiusa qui in questa torre, È una torre chiusa, vizza, e vuota, È una torre senza tetto ma coi muri alti fino al cielo, È una torre senza tempo che si mangia corpi come il Minotauro, È qui in questa torre di mattone antico che ti parlo, È qui che alzo il polso ad inveire e lo riabbasso per dannare, Ma mai, mai per stare zitta, È mia, è mia la torre che gorgoglia, Quanti anni hai mia torre? E tu chi sei, lo sai chi sei? Sei mamma o babbo? Hai in corpo cenere o fantasmi? Chi c’è accanto a te? Appoggia la testa sulla spalla, china il mento stringi le ginocchia per accarezzare la vita ancora chiusa, Torre torre mia torre d’amore, M’han chiuso occhi e bocca, E m’han legato mani e piedi con lo spago, Non servo più ai tuoi figli, generatori assenti, Morti a forza di pugnali fitti fitti dentro ad un corpo ad anelli, Vecchio, È una parola a lame iridescenti, è una parola fatta a maglia all’uncinetto ai ferri, Chiamami vecchia e ne sarò più fiera, È bello guardare la tua faccia solcata da gocce di cianuro, Il tuo volto antico non è vecchio, È giovane quanto un bimbo appena nato, Chiamami sempre a quest’ora del mattino e ti rispondo.&lt;/p&gt;
&lt;h3&gt;Dedicato a tutti coloro che hanno vissuto la devastante esperienza di prendersi cura di una persona cara malata di Alzheimer, una madre o un padre che ha perso identità e memoria e vive in un farneticare convulso di frammenti senza senso.&lt;/h3&gt;
&lt;br /&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Presentato al convegno&lt;strong&gt; Giovani di ieri, giovani di oggi&lt;/strong&gt;, cortile della Biblioteca, Parco Corsini, Fucecchio.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</content>
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	<entry>
		<title>Confini</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.elanfrantoio.org/it/studio/scritti-di-firenza-guidi/saggi/confini/confini"/>
		<published>2011-04-26T19:21:36Z</published>
		<updated>2011-04-26T19:21:36Z</updated>
		<id>http://www.elanfrantoio.org/it/studio/scritti-di-firenza-guidi/saggi/confini/confini</id>
		<author>
			<name>Lisa Savini</name>
		<email>lisa.savini@gmail.com</email>
		</author>
		<summary type="html">&lt;h2&gt;un mezzo ettaro di terra&lt;/h2&gt;
&lt;h3&gt;I confini sono come tante cicatrici in punti ancora sensibili al tocco e pronte a eruttare quando meno te l'aspetti. [Breyten Breytenbach]&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Io sono un crocevia. In movimento. Incarno un incrocio di confini. Il mio corpo è una mappa di cicatrici linguistiche che si aprono e si chiudono come ferite ancora vive. Mi nutro e dormo in una nazione virtuale. Non ho mai pensato ai confini. Non li ho mai considerati, risentiti, messi in discussione. Li ho semplicemente attraversati e loro hanno attraversato me. Ho camminato e camminato e, prima ancora di saperlo, ho trovato una voce con cui parlare. Cicatrici linguistiche che ti attraversano il corpo come autostrade. Un corpo di origini che io cerco, assorbo, ricerco, ne sono ossessionata. Il sentire non è nostalgico. Non è un voler vivere nel passato. Il desiderio non è raccontare, ma vivere, attraversare, camminare, sputare in faccia alle avversità. Il desiderio è mutare ad ogni stagione in una creatura senza confini. I confini possono essere geografici, artistici, espressivi, emotivi: richiedono, come tante bocche aperte, di essere nutriti. Esigono attenzione. Al tempo stesso i confini danno i limiti, i contorni, le forme. Abbiamo tutti bisogno di confini per definire chi siamo. Siamo tutti un po' stranieri a noi stessi, viviamo tutti in un flusso continuo fatto di dentro e fuori. Proviamo tutti a scavare, graffiare, scrostare la vernice che ci copre in superficie ma finiamo per trovarci sotto un altro strato, altrettanto spesso, pronto a essere intaccato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Siamo tutti refrattari a un'unica definizione. Ma ancora di più quando si è donna, straniera, emigrante. Cerco e ricerco le mie radici che si continuano a confondere con le erbacce e con i fiori e le cicche di sigaretta mentre io rigurgito vecchi proverbi e frasi di circostanza e setaccio fra cliché e cartoline di Firenze e figurine magnetiche da tutto il mondo che si aggrappano caparbie alla porta del frigorifero. I confini sono come lame: ci cammini sopra, di fianco, come se fossero l'unica guida, l'unico segno o direzione. Può darsi che ti facciano sanguinare i piedi, ma tu devi rimanere sui binari. Attraversi, cerchi, ti abbassi, scandagli, rubacchi, rovisti nei bidoni della spazzatura mentre passi da metamorfosi a metamorfosi. Io entro ed esco da molte porte, percorro molte strade. Nel mio lavoro attraverso confini artistici e linguistici: la scrittura può comporre un discorso creativo o teorico o accademico; nella scrittura performativa i confini si accavallano come un raccordo anulare tra teatro, corpo, immagine, film e arti visive. Quando si lavora con attori poi, si affrontano continuamente dei confini. Scrivere un pezzo che sarà interpretato da un'altra voce è attraversare confini: dove finisce la mia creatività e dove comincia la sua? Il semplice atto di mettere un costume addosso a un performer è come dare una nuova pelle a un nuovo essere umano e non vestire un manichino senza vita. Io posso avere la mia visione delle cose ma poi chi gli dà vita, a questo vestito, è lui o lei. Ci vuole tempo prima che vadano via tutte le pieghe e il vestito cada a perfezione. Guidare un gruppo di artisti e farli partecipi della visione globale è chiedere loro di attraversare dei confini che possono essere taglienti e far sanguinare i piedi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il mio lavoro inizia sempre da un luogo. Ci sono delle parole chiave che informano il mio lavoro. Tutte hanno a che fare, direttamente o indirettamente, con l'idea di luogo: esilio, esiliata / lingua / trasformare, tradurre, traduzione / identità / vocabolario di lavoro e gergo di lavoro / culture incrociate / due volte straniera / straniera a me stessa / ibrido, ibridità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il mio viaggio inizia a Belfast in un insieme di casualità e disegno. Dopo il primo eccitamento e sbandamento (era la Belfast dei primi anni Ottanta), mi resi conto che il problema non era solamente una questione di lingua straniera. Una lingua non è solo un insieme di parole appunto straniere. Il processo di penetrare una lingua, nelle sue pieghe più recondite, significa togliersi di dosso una serie di corazze e armature e rimanere lì mezzi nudi a coprirsi le vergogne. È come togliersi una pelle e lentamente ricostruirsene un'altra. La mia personalità era cambiata completamente. Non riuscivo a capire niente: l'umorismo, le battute, le sfumature, le sottigliezze, l'ironia, le referenze a musica o film o programmi TV persi nella notte dei tempi. E quando mi capitava di riuscire a balbettare qualche cosa nel mezzo di una conversazione, il mio parlare rifletteva l'inflessione impostata e falsa dell'inglese della BBC imparato in infinite ora nei laboratori di lingua dell'università statale di Milano. Questa lingua, sebbene utilizzasse lo stesso idioma, non aveva nessuna somiglianza con la lingua in cui io mi trovavo immersa. Era desolante soprattutto non riuscire a ridere o far ridere. La smorfia sulla mia faccia era diventata per mesi quella di un traduttore simultaneo in overdose. Quando alla sera il cerchio di amici si ritrovava al pub e dava il lascio a storie, battute e spiritosaggini, il mio cervello era così stanco di tradurre a raffica che mi dovevo ritirare dietro a una maschera di muta stupidità fatta da un sorriso fotocopiato e appiccicato sulla faccia. Se qualcuno mi si avvicinava un po' di più vedeva la colla, le pieghe e le crepe del mio volto di carta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chi ero io là? A Belfast nel 1981?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una doppia straniera. Prima di tutto perché, in effetti, straniera. Un'aliena appartenente ad un'latra cultura con colore di occhi e di capelli diversi e con abitudini mangerecce strane per loro. Secondo, perché la lingua che parlavo era una lingua virtuale che portava il marchio del colonialista inglese. Tutto quello che avevo per farmi sentire era la mia lingua madre (inutile in quel contesto), e una lingua acquisita che riusciva a soddisfare i miei bisogni quotidiani ma non arrivava al cuore della gente. L'identità dell'esiliato è a macchie. Per alcuni sei carino, buffo, come un animale esotico o domestico che si mostra agli amici e ai bambini degli amici così come mostreresti loro una foto di un eschimese da un atlante. Per altri, sei un inflitrato. Uno che, solo ad aprire bocca, fa apparire immagini di pesce e patatine, di pizza, gelati, Opera e di gite interminabili alla torre di Pisa che pende. Cultura globale subliminale. Io, primaditutto donna e straniera. Poi, nei diciassette anni vissuti tra Galles, Italia e il resto del mondo, si consolidano altre identità: l'attrice, l'artista. La scrittrice, la ricercatrice, l'insegnante, la regista, la creatrice di performer e di performance. Tutti questi percosi attraversano prima o poi un'idea di luogo e spazio come impulsi creativi. Luogo come seduzione, come forza, energia, élan: un mezzo ettaro di terra che posso chiamare mio. Questo spazio creativo me lo sono ricavato, usando gli artigli, da parecchi strati di pelle. Questo spazio è la mia arte, i miei scritti, la mia voce, il mio corpo, il mio metodo di lavoro, creato in tutti questi anni insieme ad artisti da tutto il mondo. Questo spazio è la mia vita. Da questo spazio è nata la convinzione che esista un linguaggio, nella performance e nell'arte in genere, che unisce senza cancellare le cicatrici di identità e confini. Questa convinzione è diventata la convinzione di Elan, la European Live Arts Network: non un prodotto da esportare, ma un metodo e una filosofia di lavoro. Elan ha identificato la richiesta di - e l'interesse in - progetti interdisciplinari e di collaborazione fra diversi linguaggi artistici.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il performance-montage, creato per la prima volta nel 1989, si è sviluppato anche per offrire opportunità di dialogo e ispirazione reciproca attraversando i confini creativi delle diverse discipline artistiche. Il performance-montage ha dimostrato di essere un formidabile veicolo per realizzare, anche solo temporaneamente, mondi senza confini. Comunità che si creano nell'atto stesso del creare. Insegnare e imparare ai confini dell'architettura, dell'arte, del cinema, della comunicazione, della danza, del design, del dramma, della musica, del teatro e della performance. Qualsiasi tipo di creazione ha a che fare con l'identità, con la roba di cui siamo fatti. Qualsiasi tipo di creazione è un ibrido, e ibridità comporta fusione. Non riesco a immaginarmi di creare, senza fondere luogo, memoria, corpo e parola. In questo spazio i confini si con-fondono mentre io butto giù le fondamenta di una dimora temporanea. Per alcuni, &lt;em&gt;casa&lt;/em&gt; è il luogo dove si ha una storia. Per me, &lt;em&gt;casa&lt;/em&gt; è il luogo dove incontro una storia e lì comincio a raccontarla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;La prima versione di questo saggio è stata presentata al convegno &lt;strong&gt;Borders&lt;/strong&gt;, Gregynog, Galles, UK, 2003. Il saggio è stato poi rielaborato per una presentazione pubblica alla biblioteca della Butler University, Indianapolis, USA, 2004.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div class=&quot;studio_right&quot;&gt;
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;</summary>
		<content type="html">&lt;h2&gt;un mezzo ettaro di terra&lt;/h2&gt;
&lt;h3&gt;I confini sono come tante cicatrici in punti ancora sensibili al tocco e pronte a eruttare quando meno te l'aspetti. [Breyten Breytenbach]&lt;/h3&gt;
&lt;p&gt;Io sono un crocevia. In movimento. Incarno un incrocio di confini. Il mio corpo è una mappa di cicatrici linguistiche che si aprono e si chiudono come ferite ancora vive. Mi nutro e dormo in una nazione virtuale. Non ho mai pensato ai confini. Non li ho mai considerati, risentiti, messi in discussione. Li ho semplicemente attraversati e loro hanno attraversato me. Ho camminato e camminato e, prima ancora di saperlo, ho trovato una voce con cui parlare. Cicatrici linguistiche che ti attraversano il corpo come autostrade. Un corpo di origini che io cerco, assorbo, ricerco, ne sono ossessionata. Il sentire non è nostalgico. Non è un voler vivere nel passato. Il desiderio non è raccontare, ma vivere, attraversare, camminare, sputare in faccia alle avversità. Il desiderio è mutare ad ogni stagione in una creatura senza confini. I confini possono essere geografici, artistici, espressivi, emotivi: richiedono, come tante bocche aperte, di essere nutriti. Esigono attenzione. Al tempo stesso i confini danno i limiti, i contorni, le forme. Abbiamo tutti bisogno di confini per definire chi siamo. Siamo tutti un po' stranieri a noi stessi, viviamo tutti in un flusso continuo fatto di dentro e fuori. Proviamo tutti a scavare, graffiare, scrostare la vernice che ci copre in superficie ma finiamo per trovarci sotto un altro strato, altrettanto spesso, pronto a essere intaccato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Siamo tutti refrattari a un'unica definizione. Ma ancora di più quando si è donna, straniera, emigrante. Cerco e ricerco le mie radici che si continuano a confondere con le erbacce e con i fiori e le cicche di sigaretta mentre io rigurgito vecchi proverbi e frasi di circostanza e setaccio fra cliché e cartoline di Firenze e figurine magnetiche da tutto il mondo che si aggrappano caparbie alla porta del frigorifero. I confini sono come lame: ci cammini sopra, di fianco, come se fossero l'unica guida, l'unico segno o direzione. Può darsi che ti facciano sanguinare i piedi, ma tu devi rimanere sui binari. Attraversi, cerchi, ti abbassi, scandagli, rubacchi, rovisti nei bidoni della spazzatura mentre passi da metamorfosi a metamorfosi. Io entro ed esco da molte porte, percorro molte strade. Nel mio lavoro attraverso confini artistici e linguistici: la scrittura può comporre un discorso creativo o teorico o accademico; nella scrittura performativa i confini si accavallano come un raccordo anulare tra teatro, corpo, immagine, film e arti visive. Quando si lavora con attori poi, si affrontano continuamente dei confini. Scrivere un pezzo che sarà interpretato da un'altra voce è attraversare confini: dove finisce la mia creatività e dove comincia la sua? Il semplice atto di mettere un costume addosso a un performer è come dare una nuova pelle a un nuovo essere umano e non vestire un manichino senza vita. Io posso avere la mia visione delle cose ma poi chi gli dà vita, a questo vestito, è lui o lei. Ci vuole tempo prima che vadano via tutte le pieghe e il vestito cada a perfezione. Guidare un gruppo di artisti e farli partecipi della visione globale è chiedere loro di attraversare dei confini che possono essere taglienti e far sanguinare i piedi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il mio lavoro inizia sempre da un luogo. Ci sono delle parole chiave che informano il mio lavoro. Tutte hanno a che fare, direttamente o indirettamente, con l'idea di luogo: esilio, esiliata / lingua / trasformare, tradurre, traduzione / identità / vocabolario di lavoro e gergo di lavoro / culture incrociate / due volte straniera / straniera a me stessa / ibrido, ibridità.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il mio viaggio inizia a Belfast in un insieme di casualità e disegno. Dopo il primo eccitamento e sbandamento (era la Belfast dei primi anni Ottanta), mi resi conto che il problema non era solamente una questione di lingua straniera. Una lingua non è solo un insieme di parole appunto straniere. Il processo di penetrare una lingua, nelle sue pieghe più recondite, significa togliersi di dosso una serie di corazze e armature e rimanere lì mezzi nudi a coprirsi le vergogne. È come togliersi una pelle e lentamente ricostruirsene un'altra. La mia personalità era cambiata completamente. Non riuscivo a capire niente: l'umorismo, le battute, le sfumature, le sottigliezze, l'ironia, le referenze a musica o film o programmi TV persi nella notte dei tempi. E quando mi capitava di riuscire a balbettare qualche cosa nel mezzo di una conversazione, il mio parlare rifletteva l'inflessione impostata e falsa dell'inglese della BBC imparato in infinite ora nei laboratori di lingua dell'università statale di Milano. Questa lingua, sebbene utilizzasse lo stesso idioma, non aveva nessuna somiglianza con la lingua in cui io mi trovavo immersa. Era desolante soprattutto non riuscire a ridere o far ridere. La smorfia sulla mia faccia era diventata per mesi quella di un traduttore simultaneo in overdose. Quando alla sera il cerchio di amici si ritrovava al pub e dava il lascio a storie, battute e spiritosaggini, il mio cervello era così stanco di tradurre a raffica che mi dovevo ritirare dietro a una maschera di muta stupidità fatta da un sorriso fotocopiato e appiccicato sulla faccia. Se qualcuno mi si avvicinava un po' di più vedeva la colla, le pieghe e le crepe del mio volto di carta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chi ero io là? A Belfast nel 1981?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una doppia straniera. Prima di tutto perché, in effetti, straniera. Un'aliena appartenente ad un'latra cultura con colore di occhi e di capelli diversi e con abitudini mangerecce strane per loro. Secondo, perché la lingua che parlavo era una lingua virtuale che portava il marchio del colonialista inglese. Tutto quello che avevo per farmi sentire era la mia lingua madre (inutile in quel contesto), e una lingua acquisita che riusciva a soddisfare i miei bisogni quotidiani ma non arrivava al cuore della gente. L'identità dell'esiliato è a macchie. Per alcuni sei carino, buffo, come un animale esotico o domestico che si mostra agli amici e ai bambini degli amici così come mostreresti loro una foto di un eschimese da un atlante. Per altri, sei un inflitrato. Uno che, solo ad aprire bocca, fa apparire immagini di pesce e patatine, di pizza, gelati, Opera e di gite interminabili alla torre di Pisa che pende. Cultura globale subliminale. Io, primaditutto donna e straniera. Poi, nei diciassette anni vissuti tra Galles, Italia e il resto del mondo, si consolidano altre identità: l'attrice, l'artista. La scrittrice, la ricercatrice, l'insegnante, la regista, la creatrice di performer e di performance. Tutti questi percosi attraversano prima o poi un'idea di luogo e spazio come impulsi creativi. Luogo come seduzione, come forza, energia, élan: un mezzo ettaro di terra che posso chiamare mio. Questo spazio creativo me lo sono ricavato, usando gli artigli, da parecchi strati di pelle. Questo spazio è la mia arte, i miei scritti, la mia voce, il mio corpo, il mio metodo di lavoro, creato in tutti questi anni insieme ad artisti da tutto il mondo. Questo spazio è la mia vita. Da questo spazio è nata la convinzione che esista un linguaggio, nella performance e nell'arte in genere, che unisce senza cancellare le cicatrici di identità e confini. Questa convinzione è diventata la convinzione di Elan, la European Live Arts Network: non un prodotto da esportare, ma un metodo e una filosofia di lavoro. Elan ha identificato la richiesta di - e l'interesse in - progetti interdisciplinari e di collaborazione fra diversi linguaggi artistici.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il performance-montage, creato per la prima volta nel 1989, si è sviluppato anche per offrire opportunità di dialogo e ispirazione reciproca attraversando i confini creativi delle diverse discipline artistiche. Il performance-montage ha dimostrato di essere un formidabile veicolo per realizzare, anche solo temporaneamente, mondi senza confini. Comunità che si creano nell'atto stesso del creare. Insegnare e imparare ai confini dell'architettura, dell'arte, del cinema, della comunicazione, della danza, del design, del dramma, della musica, del teatro e della performance. Qualsiasi tipo di creazione ha a che fare con l'identità, con la roba di cui siamo fatti. Qualsiasi tipo di creazione è un ibrido, e ibridità comporta fusione. Non riesco a immaginarmi di creare, senza fondere luogo, memoria, corpo e parola. In questo spazio i confini si con-fondono mentre io butto giù le fondamenta di una dimora temporanea. Per alcuni, &lt;em&gt;casa&lt;/em&gt; è il luogo dove si ha una storia. Per me, &lt;em&gt;casa&lt;/em&gt; è il luogo dove incontro una storia e lì comincio a raccontarla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;La prima versione di questo saggio è stata presentata al convegno &lt;strong&gt;Borders&lt;/strong&gt;, Gregynog, Galles, UK, 2003. Il saggio è stato poi rielaborato per una presentazione pubblica alla biblioteca della Butler University, Indianapolis, USA, 2004.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;div class=&quot;studio_right&quot;&gt;
&lt;p&gt;&lt;/p&gt;
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