Dentro la Torre

su questi frammenti ho puntellato le mie rovine

Questa è la mia storia, È quasi storia vera se il vento non mi soffiasse nella schiena e mi facesse accapponare la pelle, La storia è la mia storia e non cammina né a destra né a sinistra, La storia mia va avanti dritta come il passo silenzioso che misura il tempo, Ascolta i minuti che passano come il masticare lento di chi si addormenta a tavola, Ascolta il campanile ascolta il vento ascolta il battito di un cuore accanto al tuo, La storia è storia vera che ancora non ci credo, Ti alzi e imbocchi la via che hai davanti agli occhi ma all’inizio non sai cosa vuol dire, Non so né leggere né scrivere, La scuola è nella siepe, là dal bosco che mi strizza un occhio e mi tormenta, Mi piace più l’odore della menta e il pungolio d’ortica che il cioccolato, How do you feel about chocolate? Hai mai mangiato il cioccolato bianco? Ho un braccio intorno al collo, Nero, Con una borchia di rame che mi strozza, ho del pane nella borsa, me lo porto dietro da tre giorni, Si sta sfacendo in mille briciole, My pills, my head is turning, spinning, turning, I move slowly, muoviti piano, Mi alzo la gonna quando bisogna attraversare l’acqua, Non mi piace togliermi le scarpe, Il cammino non è pari, ha solchi e buchi grossi, Ma io lo conosco bene, l’ho studiato, Si scivola giù su un pezzo di cartone fino in fondo alla collina, Lascia la bicicletta sul ciglione e arrampicati sul fico, Come sono grandi, Ne devo aver mangiati più di cento, Non lo so dove sono le forbici, Ma tu a me mi vuoi bene mamma? Fragole e pistacchio, La panna scende piano piano sulle dita e tutto si dissolve, È così il tempo, penso, come il discendere lento della panna sulle mani perché per quanto ci sta attento, Non ce la fai mai a leccarla tutta, È così anche il tempo, Un giro di motorino nella città morta, l’afa immobilizza anche il cervello. E il caldo ti si appiccica addosso mentre giri a vuoto, Quando te ne accorgi, che non hai un dove, è già finito il tempo, Raccogli i pezzi, dicono le voci, Spazzola il lucchetto che ti tiene fermo con un sapone alla lavanda, I think I’m going to die, Forse sto morendo, Siamo alla fine, Time’s up, Scusate, Non ho avuto il tempo di salutarvi tutti, L’ultimo paio di zoccoli l’ho fatto con pezzi di ciliegio, Li ho limati bene e modellati come una strada in discesa e poi gli ho attaccato ali che fanno invidia a un cherubino, La legna è troppo pesante da portare a spalla, Ho trovato una carriola e ce la infilo insieme a cocci, sassi e pezzi di cemento, Con foglie di menta che rizzano il capo fra le pietre in terra, Ho cercato un tipo qualsiasi di lacci, corde, fili di metallo o stringhe morbide di nappa, Perfino capelli, neri lunghi e forti con l’anima d’acciaio, Attacco le corde a un pezzo di legno, E una colla a sciroppo dolce di melassa scende piano, La voglio leccare, Prendo una paletta e comincio a limare la lava dolce che gli scende, Partono schegge come razzi e i trucioli mi si accumulano ai piedi, Non posso spazzarli sotto il letto altrimenti Ferruccio se ne accorge, Allora svelta me li metto in tasca, Mi son grattata per mesi, Nemmeno il bagno caldo della mamma mia ha aiutato, A me cadono sempre, Ne ho portati almeno dieci paia- di colori diversi, Li tengo su nei loro astucci duri, non vedo quasi niente senza occhiali, La catena d’oro invece è quella della prima comunione, Che ho avuto con un libricino antico ricoperto di madreperla, È lino pesante, un rosa intenso, Ha una mantellina che si abbottona con due ciliegie rosse, Me l’aveva messo mamma quando si sbagliò di treno e siam finiti a Roma, Una maniglia di vetro, I walk into the Pumphouse, And there it is shining and glittering in steel rods, Ho un cassetto pieno di calzini spaiati, Mi piacerebbe che si appaiassero per misura, colore, e sfaccettature, Non mi piacciono le differenze, Una maniglia bianca grande come una sdraio mi sta perfettamente nel palmo della mano, morbida e vellutata come la vernice bianca, Se la guardi da vicino ha un sacco di buchini, Morbida e delicata, Maria Innocenti è nata a Pepin ma abita a Tacchi, eggs/tea/cloth/pills, aria, ho bisogno d’aria, Mi taglierei la testa, Ho le pastigline in mano, Piccole piccole e bianche, Vorrei lavarmi le budella col sapone di Marsiglia, Una bolla grande di sapone, Ferri vecchi e arrugginiti che mi pressano in testa, Hip-hop bubble, Una serie di bolle e la fitta in testa mi ritorna, Devo tagliare questa pastiglina in due parti altrimenti mi si ferma in gola come il giallo dell’uovo infilato in bocca a digiuno, Un conato, Le pilloline arrotolate in un sacrario di tovaglioli bianchi, Una cucina rispettabile, Un sorriso, E questo dolore nella spalla che mi tira giù, C’è nessuno? C’è nessuno qui che sa chi sono? Aiuto, aiuto, mamma, Una sberla in faccia dal dottore e poi un altro figlio, e un altro figlio, e un altro figlio, no, non un altro figlio, Ti faccio uscire di pancia la voglia di far figli a pugni e calci, Un bastone di legno levigato, Lo pulisco, lo lavo, lo affilo, Ci guardo dentro, lo batto come il bianco d’uovo, C’infilzo, pugnalo per farmi un cappello di ramarri, di lucertole e di biacchi, Questa è la mia unica chance, Da sola, senza paura, Se ti metti in testa una corona sei la regina dei serpenti e allora non ti toccano, L’intonaco viene via, Ne è venuto via un bel pezzo ieri notte, L’ultimo pezzo di stucco, I muri sudano, traspirano, sanguinano, È come se piangessero, Voglio smettere questo flusso, Voglio mordere il tempo, morderlo tanto da lasciargli un orologio nella pelle, Il torsolo di mela m’è rimasto in mano, Ma io ho la corona in testa come una regina e le serpi non mi possono toccare, Le lenzuola si piegano per largo non per lungo, Una dopo l’altra, si piegano sempre per largo non per lungo, Poi piega da destra, e la sinistra si sovrappone un po’, E lascia il ricamo dalla parte esterna, Tieni le mani dietro e muoviti da sinistra a destra, Bianco, pulito, croccante, Mi piace il tocco ruvido del cotone, Mi piace il bianco, Non voglio avere le mani bagnate, Non voglio toccare l’acqua, Non voglio che mi tocchi, Non voglio andare oltre, Non voglio andare oltre, Voglio stare qui, Non voglio più andar via, Sempre una mano dietro, mi raccomando, Sempre una mano dietro, E una corona in testa così i serpenti non ti toccano, Senza maschera le rughe solcano profonde come le guglie il cielo, La mia bocca sputa fiori selvatici come verdura in un campo, Casa mia è piccola ritagliata nella roccia e sabbia e i girasoli ciondolano dalla vita in su, Quelli come me hanno solo questo angolo di terra al mondo e un pezzettino di specchio rotto, Mi hanno chiusa qui in questa torre, È una torre chiusa, vizza, e vuota, È una torre senza tetto ma coi muri alti fino al cielo, È una torre senza tempo che si mangia corpi come il Minotauro, È qui in questa torre di mattone antico che ti parlo, È qui che alzo il polso ad inveire e lo riabbasso per dannare, Ma mai, mai per stare zitta, È mia, è mia la torre che gorgoglia, Quanti anni hai mia torre? E tu chi sei, lo sai chi sei? Sei mamma o babbo? Hai in corpo cenere o fantasmi? Chi c’è accanto a te? Appoggia la testa sulla spalla, china il mento stringi le ginocchia per accarezzare la vita ancora chiusa, Torre torre mia torre d’amore, M’han chiuso occhi e bocca, E m’han legato mani e piedi con lo spago, Non servo più ai tuoi figli, generatori assenti, Morti a forza di pugnali fitti fitti dentro ad un corpo ad anelli, Vecchio, È una parola a lame iridescenti, è una parola fatta a maglia all’uncinetto ai ferri, Chiamami vecchia e ne sarò più fiera, È bello guardare la tua faccia solcata da gocce di cianuro, Il tuo volto antico non è vecchio, È giovane quanto un bimbo appena nato, Chiamami sempre a quest’ora del mattino e ti rispondo.

Dedicato a tutti coloro che hanno vissuto la devastante esperienza di prendersi cura di una persona cara malata di Alzheimer, una madre o un padre che ha perso identità e memoria e vive in un farneticare convulso di frammenti senza senso.


Presentato al convegno Giovani di ieri, giovani di oggi, cortile della Biblioteca, Parco Corsini, Fucecchio.