Un Teatro senza Palco

Sorry we haven't translated this yet

Alla scoperta di Firenza Guidi e della sua compagnia Elan Wales. Ovvero: la "gloCalizzazione" dell'arte

Si veste sempre di nero. "Forse perché ho già troppi colori in testa", confidò una volta nella sua casetta di Cardiff, finestre a vetro, scale di legno e prato perfetto per il gioco delle bocce dall'altra parte della strada. Firenza Guidi è ufficialmente regista di teatro, ma in realtà lei potrebbe benissimo continuare il suo lavoro anche se i teatri scomparissero tutti, proprio fisicamente. Quindi non lo so. È uno di quei personaggi che stanno fuori da ogni etichetta per il semplice fatto che stanno lontani da chi mette etichette. O comunque sono sempre in movimento.

È nata a Milano un po' di tempo fa, poi si è laureata sul teatro elisabettiano e si è trasferita a Belfast. Correva l'anno 1981. Dottorato alla Queen's University, diploma al Royal Welsh College of Music and Dramma di Cardiff, matrimonio artistico con David Murray, uno che definire attore e musicista è da minimalisti. Il lieto evento, si dice, avvenne sulla scena di Le Nozze di Sangue di Garcìa Lorca, ma è valido a tutti gli effetti. Perché il teatro e la vita non sono due cose. Adesso Elan, European Live Arts Network. Quando partì, nel 1989, era una compagnia di teatro come ce ne sono altre. Poi un bel giorno Firenza creò un modo di lavorare che chiamò Performance Montage e che da allora è il suo marchio inconfondibile. Si tratta di un metodo di lavoro totalmente originale, che consiste nel dare al performer una sua vita propria, senza grandi "camicie di forza", una specie di alfabeto fatto di salti, camminate, sguardi, una forma d'arte che sfugge completamente alla descrizione e al naturalismo per dare spazio alla presenza. E poi tutto questo viene montato in una struttura spesso estasiante, che usa in modo sinestetico musiche, luci, immagini, odori, luoghi. E un ritmo che funziona sempre. Ogni spettacolo è sitospecifico, costruito secondo le risorse che l'ambiente offre e impossibile da trasferire altrove. Lo spettatore si fa prendere per mano, si allaccia la cintura e si lascia portare in questo nuovo mondo fantastico, per qualcuno un po' felliniano, secondo altri un po' fiammingo, alla Bosch. John Green, direttore del dipartimento di teatro della Butler University di Indianapolis, sostiene che "vedere uno spettacolo di Firenza Guidi è come andare in giro per l'Italia. Quando vedi qualcosa di bello alzi gli occhi e scopri che dietro c'è sempre qualcos'altro di altrettanto bello. Non finisci mai". Ma che c'entra la Butler?

Nel 2002 Elan ha portato il suo studio sul Woyzeck di Büchner nelle "catacombe" di Indianapolis (le fondamenta del vecchio mercato della città), nei giardini Bombicci di Fucecchio (Fi), nel centro artistico di Aberystwyth, in Galles, e nelle schiamazzanti strade delle maggiori città dell'India. Ovviamente ogni volta si trattava di un nuovo luogo, di un nuovo gruppo di performers, di un nuovo pubblico, di un nuovo committente. In pratica di un nuovo Woyzeck. È questa la localizzazione globale dell'arte (o gloCalizzazione), il proporre un format globale riempito di un'essenza locale. Il lavoro di Firenza Guidi è anche e soprattutto formativo. La gente fa carte false per partecipare ad un suo laboratorio, a fianco di pochi suoi fidati artisti professionisti, provenienti un po' dappertutto. L'individuo che partecipa non è in debito di niente di fronte al pubblico. Basta che rimanga vero, se stesso.

La cosa più difficile è stare davanti ad un pubblico senza fare niente, così, senza imbarazzo. E questa sicurezza del corpo, questo dire "sono io, prendere o lasciare", è quanto di più grande Firenza riesce a dare a chi frequenta un laboratorio con lei.

È così che è cresciuto il mito di Firenza Guidi. Semplicemente entrando a far parte della vita della gente, migliorandola. Ed è per questo che enti dei centri più disparati, a volte periferici, cercano collaborazioni con Elan. La rete mondiale che ha creato è una struttura strana, senza simili, globalmente locale. "GloCale". La base è a Cardiff, ma la collaborazione con il comune di Fucecchio si perde ormai nella notte dei tempi e il centro toscano da cui Firenza ha origine è ormai una specie di seconda base.

Ma non ci sono strutture fisse. E se ci si chiede qual è il collante che regge insieme tutto il sistema penso che la risposta stia nella volontà delle persone. Il potere carismatico che Firenza detiene indiscusso convince fondazioni, università, comuni, college, compagnie teatrali e enti vari a portare questa ventata di innovazione, sprovincializzazione, cultura e, in fin dei conti, bellezza, nelle proprie periferiche vite. Venire a contatto con nuove culture significa, alla fine, connettere delle vite, non importa di chi o di dove. Per queste comunità mettere nelle rubriche della propria gente numeri con prefissi diversi, creare amicizie, collaborazioni, amori che vadano al di là del proprio giardino è diventata un'esigenza che solo Firenza Guidi riesce a soddisfare in pieno. Andare a vedere uno spettacolo potrebbe essere un buon modo per capire anche il senso di tutto questo articolo. I performance-montage richiedono al pubblico una capacità di lasciarsi coinvolgere, di vivere lo spazio insieme ai performers senza timori o mugugni, senza il cinico distacco, anche fisico, con cui molti, nelle nostre società, vivono un evento. È fin troppo comune vedere gente che guarda uno spettacolo quasi con il biglietto d'ingresso in mano, brandendolo come un contratto firmato all'ingresso. Io ho pagato dieci euro, voglio dieci euro di divertimento. Voglio almeno tre euro di commozione, quattro di risate e altri tre di trama e messaggio. E li voglio in un lasso preciso di tempo e spazio, qui e ora, dalla porta d'entrata a quella d'uscita, dalle 9 alle 11. La performance, invece, non ha contratti, non ha privato. Fondamentalmente, non ha involucri. La performance non ha una confezione, non la apri, non la guardi dall'esterno. Il consumo non è un evento. È un flusso, un momento collettivo, partecipativo, senza etichetta. Perché è la vita che è così. E per il teatro non avrebbe senso essere altrimenti.

Quando
giugno 2003
Dove
Il Grandevetro, n°60
Autore
Jacopo Cecconi