Io avrei detto Paperopoli

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Quando porti qualcuno a vedere Fucecchio, devi fargliene vedere almeno due.
C'è il giro in centro, piazza Montanelli, la statua di Caalibri, che ora vedrai la puliscono, il teatro, che non devi guardare così, poi vedrai che quando l'aprono, vedrai che bello (non ci credi, mentre lo dici, ma lo dici), la Fondazione Montanelli, il museo, il parco Corsini, Eloisa, che tutti l'hanno criticata ma a me mi fa impazzire, Poggio al Vento, che se ti giri vedi lo skyline della Collegiata e di San Salvatore, con dietro il Monte Pisano e di là il Padule e di qua le vigne. Insomma, la Toscana tipica, ma più tipica ancora, perché Fucecchio, ho sentito anche dire una volta da uno che non ci è mai stato, sta alla Toscana come Paperopoli ai Paperi.

E mi sembra che Fucecchio ce la faccia davvero, da sola, a sostenere questa definizione.
Poi però mentre passi, c'è un'altra Fucecchio, da far vedere, da far vivere e raccontare. E lì devi essere bravo te.

Ci sono anche alcune foto, custodite sui siti o negli hard disk di chissà chi, che volendo si possono anche andare a vedere, ma soprattutto tocca a te, a quanto hai voglia di parlare, e chi è con te di ascoltare, a quanto riesci a pescare dentro ancora quei frammenti di immagini, di luci, di sensazioni, di musica che una volta, una sera, ti hanno fatto pensare che sì, valeva davvero la pena di essere qui e da nessun'altra parte del mondo.

E allora – cominci – questa ora si chiama piazza Vittorio Veneto, ma non la chiama così quasi nessuno perché una volta in mezzo c'era la statua ai caduti della prima guerra mondiale, tantissimi, guarda, centinaia, una cosa impressionante per un posto che doveva avere sì e no 10mila abitanti e poi l'hanno spostata in giù e hanno lasciato libero questo spazio. Vabbé, libero, pieno di macchine. E però qui tu ci dovevi essere quando Firenza Guidi fece lo spettacolo sul libro di quell'americano, Kurt Vonnegut, Mattatoio numero 5. Anzi lo spettacolo si chiamava Dog Tags, come le placchette che hanno i soldati al collo, che se a un certo punto rimangono bruciati o dilaniati, così hanno comunque qualcosa da mandare a casa a sua mamma, tipo nel Minnesota del sud, e dire Signora, ci spiace, deve essere fiera di suo figlio.

Comunque, sarà stato il 2005, fai conto che qui non c'era niente, macchine, motorini, niente, immaginati questa piazza uguale a com'era stata per 500 anni prima delle macchine, del 15-18 e del monumento ai caduti. Solo che in mezzo c'era tipo una vasca, sì, una piscinetta con l'acqua bassa, e dovevi vedere, c'erano tre ballerini che ci ballavano dentro, slittando, sembrava che gli partissero le rotule da un secondo all'altro, musica a palla. La gente per poco respirava, non sapeva dove guardare, era circondata. Perché si arrivava qui dal poggio Salamartano, che all'inizio non ti facevano vedere niente e poi quando ti facevano scendere le scale della Collegiata ti prendeva un colpo dal bello che era. Sulla scalinata, centrale, c'era tutta una fila di forme di plastica di quelle per fare le scarpe, sai che qui è tutto calzaturifici e concerie, no? E insomma c'era queste cento, ma che dico, mille paia di scarpe, cioè, di forme per fare le scarpe, non so nemmeno come si chiamano, tutte in fila e in riga, rosse, mi sembra, che sembrava proprio, cioè, almeno, a me sembrava proprio che fosse come quello che vedevano i bombardieri americani quando si avvicinavano a Dresda, centinaia e centinaia di casette e villette tutte uguali, serene e tranquille, con i tetti rossi. Già, perché Dog Tags, come il libro di Vonnegut, parlava di una strage, se non te l'avevo detto, una roba assurda e gratuita, tipo un atto di terrorismo studiato così, che in un paio di giorni gli americani avevano fuso con le bombe incendiarie centomila persone uso ridere, cremate insieme alle case e a tutto quanto, che non le avresti ritrovate nemmeno se avessero avuto la medaglietta al collo come i cani. Me del resto, a che mamme le avresti riportate? Erano cenere anche loro.

Comunque, a un certo punto, nel silenzio totale, uno da qui, da in fondo alle scale, prendeva una cordicella e tirava e allora si capiva che tutte queste scarpe erano tutte legate insieme da questi fili e d'un colpo: TRATRATRATRATRA! Veniva tutto giù.

Addio simmetria, file, righe. Mille scarpe che rotolano dai gradini, si mischiano, si fondono come corpi e case di Dresda, con questo suono duro in mezzo a questo silenzio, che te l'avrei fatto sentire, quel silenzio lì, con le ultime luci del crepuscolo sopra la Collegiata e il caldo immobile di luglio.

E poi quello là, vedi, quello là che era il mio liceo, quella finestra lì da cui si faceva gli urlacci alle spose il sabato mattina e si tiravano secchiate d'acqua ai professori l'ultimo giorno di scuola, ecco, quelle finestre lì si aprivano e diventavano rosse. Delle luci rosse dietro a personaggi che si affacciavano alla finestra e intanto anche dalla parte di là, quell'altro edificio dove c'erano i laboratori di disegno e scienze del liceo, quello lì che guarda la chiesa, anche lì si aprivano le finestre ed erano tutte colorate, verdi, blu. Una cosa che davvero, ci dovevi essere e la prossima volta che c'è uno spettacolo di Firenza ti invito e vieni e lo vedi anche te, come cambia tutto, qua.

Perché poi ne ha fatti un po' dappertutto in questi anni, che non te lo immagineresti nemmeno. Hai presente l'ostello di Cappiano, lì sul ponte? Ci dovevi essere quando fece le Metamorfosi di Ovidio, che aveva costruito un altro ponte di barche duecento metri più avanti e c'erano due tenori che cantavano l'Opera e si chiamavano e rispondevano, con la voce che rotolava sull'Usciana. Ottocento, mille persone lì sull'argine, che non si sapeva dove metterle, vecchi donne e bambini: oh, non volava una mosca.

E poi il parco Corsini: una volta c'era un letto di legno con le ruote, sette metri per sette, che girava sull'aia mentre Claudio e Gertrude consumavano la prima notte di nozze, con Amleto che gliela giurava. Mi fanno ancora male i polpacci se ci penso, a com'era peso a girarlo quel letto, in otto ragazzi forti. S'aveva vent'anni, eh, e giocavo sempre a pallone.

Ma poi, sempre lì, quando fecero Bianco, da Cecità di Saramago, c'era una rampa da cui scendevano tutti gli attori imbrattati di bianco in faccia, che facevano paura – ma paura davvero, la gente non sapeva dove rimpiattarsi: l'ordine di Firenza era cantate forte in faccia al pubblico.

E i giardini Bombicci, l'auditorium della Tinaia, il Frantoio, Marea - la buca del palio, sai?- e il tetto della Coop, e la palestrina del palazzetto dello sport e quella delle Pascoli, e il museo, prima che ci fosse il museo. Tu vedessi che sotterranei che ha.

E lo sai qual è la cosa bella? Esistono più foto di questi spettacoli che di Fucecchio da sola. E allora fra cent'anni, quando non ci saremo più noi a raccontare quanto era figo tutto questo, la gente andrà a guardarsi le foto e non ci potrà credere a com'era Fucecchio cent'anni prima, e magari riconoscerà il suo bisnonno fra il pubblico, atterrito dal bisnonno di un'altro che gli urla in faccia "Vedo ancora Bianco!" (cantavano questo, mentre scendevano quella rampa nell'aia del Parco Corsini).

Così, di piazza Vittorio Veneto, che prima chiamavano Maggiore, poi dei Caduti e dopo ancora tornò Vittorio Veneto, resterà anche questo ricordo: quaranta attori che saltano e ballano in costume, in mezzo a gente meravigliata. E allora i fucecchiesi del Cento, inteso come secolo duemilaCento, penseranno che questo paese era un posto meraviglioso ai tempi dei loro bisnonni. E alla fine, tutto sommato, bisogna anche lasciarglielo scritto: lo era. La splendida, immaginifica Paperopoli della Toscana.

Autore
Jacopo Cecconi